Le vite nei film sono perfette.
Belle o brutte ma perfette.
Nei film non ci sono tempi morti.
Nei film sai sempre come va a finire.
Nella vita non lo sai mai. Mai!
Bonanza.
RadioFreccia
“Hey!” urla.
“Come andiamo Jo?!? Tutto ok? Io sto una favola!” risata a bocca larga e
pasticciata con il lucidalabbra più rosa troia che abbia mai visto. Il tutto
sempre urlando. Ma non lo sa che Jo non è sordo? O almeno ieri non lo era. Ieri
quando nell’orecchio sinistro con un filo di voce gli ho suggerito di
penetrarmi ancora ci sentiva davvero bene. Ma Jo è abbastanza puttana da
fingere di essere sordo. A dire il vero è abbastanza puttana da fingere di
essere qualunque cosa. Sicuramente è abbastanza puttana da tenere segreta una
storia con me da più di 6 mesi. E lo sono anche io. Abbastanza puttana, intendo.
All’inizio avevamo buone ragioni. Mio fratello, che aveva preso a pugni Jo una
decina di volte, non l’avrebbe presa bene. La ragazza di Jo che probabilmente
l’avrebbe presa anche peggio. Ora però la clandestinità era diventata una
routine e la noia imperava tra noi. In ogni cosa. Nelle uscite con gli amici,
nel sesso, nelle conversazioni. In tutto. Perfino nella gelosia. Così anche
quella sera mi sarei impegnata per impersonare il ruolo dell’amante tormentata.
Aspettando la mia entrata in scena osservavo la Diva che a sua volta
impersonava la Grande Mangiauomini. Era davvero brava. A confronto Samantha
Jones sarebbe sembrata un’educanda. Indossava un tubino nero cosi pressato che
le tette avevano subito un appiattimento tale da sembrare due ciambelle. E Jo
le fissava con la stessa espressione bavosa di Homer Simponson. Il quadro era
così ridicolo che quasi quasi mi sarei fatta una risata. Ma avrei rovinato la
mia perfetta interpretazione dell’amante ferita con tanto di sguardo torvo.
Così mi ero semplicemente alzata e avevo imboccato l’uscita con la schiena e il
culo ben stizziti. Fuori non si stava male. Era una di quelle sere estive in
cui senti l’odore di salmastro anche in pianura. Le cicale o i grilli o un
altro insetto friniva nell’erbaccia che cresceva nello spartitraffico della
strada desolata e buia in cui il locale si trovava. Molti credevano che fosse
una specie di bisca clandestina per la poca luce all’interno. In realtà il
proprietario tentava il tutto per tutto per mantenere basse le spese di
gestione. Così d’estate ci scioglievamo nell’afa e d’inverno si congelava come
i Quattro salti in padella. Avevo cercato nell’oscurità il pezzo di marciapiede
che preferivo e mi ci ero messa comoda. Sigarettina. E poi Jo. Dopo la prima
boccata lui era apparso nella mia mente con il suo sorriso smagliante. I suoi
occhi verdastri. Le sue mani di carta per toccare le mie mani normali. Normali?
Di carne. Non so se questo le rendesse normali. Erano mani di carne, magari
buona, magari putrida. Feci un secondo profondo tiro dalla mia catramosa
sigaretta. Sarebbe stato bello se quella situazione fosse stata come le storie
che assorbivo come un’avida spugna nei film americani. Uno di quei drammoni di
riscatto femminile, in cui le donne sanno sempre scegliere per il giusto. Scena
finale. Avrebbe iniziato d’improvviso a piovere. Io mi sarei alzata e sarei
corsa sotto l’acquazzone estivo. No. Io no. La protagonista. Avrebbe tolto le
scarpe e ballato al ritmo di un’allegra musica di sottofondo. Magari un pezzo
come You learn di Alanis Morisette. Il mascara le si sarebbe sciolto sulle
guance, i vestiti inzuppati e l’uomo-merda antagonista dell’uomo-perfetto
l’avrebbe raggiunta dicendo qualcosa di assolutamente sbagliato e lei avrebbe
raggiunto di corsa il secondo umano che l’attendeva in un’accogliente felicità
eterna. Ma come dice Bonanza le vite nei film sono perfette ma la vita, quella
vera, non è perfetta. E io non ero di certo perfetta. Non sarei mai stata
capace di scegliere per il giusto. Mi muovevo sempre seguendo il gusto. E
spesso il gusto mi portava dove non volevo arrivare. In questo caso da Jo.
Uomo-merda. Il punto era che Jo era la mia unica alternativa. Non c’era nessun
uomo-perfetto da contrapporgli. L’alternativa era la solitudine. E l’idea mi
ghiacciava la schiena. Non ero convita di poter bastare a me stessa. Non lo ero
mai stata. Le voci del locale hanno cancellato la fitta pioggia estiva che non
avevo smesso di immaginare. Distinguendo quella di Jo e della Diva mi ero
meccanicamente alzata in piedi. Presi una grossa boccata di fumo e mi
concentrai al massimo per entrare nella parte che a momenti avrei dovuto
interpretare. Jo arriva. È solo. Saluta e tira dritto. Grande attore. Due
secondi e trilla un sms. Jo. “Al motel. Tra 5 minuti”. Nemmeno un punto interrogativo.
Getto il mozzicone. Cavalco la punto e inforco le strade basse dove sono certa
di non incontrare nessuno. Destra. Sinistra. Semaforo rosso. Verde.
Circumnavigo la Coop e arrivo al bivio. Il cartello dice “Sun Shine Motel, 100
metri a destra”. Respiro. Freccia. E vado a sinistra …
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