domenica 30 settembre 2012

NUDA. Ogni singola e fottuta volta.


Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo.

Voglio scrivere. Devo scrivere. Non si tratta di un capriccio. Di un passatempo. È una necessità, viva e potente. Mi scoppia nel petto in ogni momento. La sento nella testa. Nelle vene. La sento vibrare sottopelle come una scossa elettrica che carica costantemente. Mille piccoli aghi piantati nella mia carne, diversi, distorti, di rame, acciaio, cromo, peltro, cristallo, diamante, legno e plastilina. Ma tutti un’unica singola pulsione: “SCRIVERE”.

Un imperativo imponente. Mentre cammino, mentre osservo, passeggio con il cane, starnutisco, piango, urlo, faccio l’amore. Lisa mise un piede davanti all’altro con cura. Lisa alzò lo sguardo. Lisa si passò una mano tra i capelli. Lisa si accasciò. Lisa. Il mio “altro” letterario. 4 lettere, un nome insulso, piatto, senza suoni. 4 stupide e inutili lettere che diventano simbolo infinito di milioni di momenti, fotografati attraverso altre straordinarie, musicali, colorate ed emozionanti combinazioni di lettere. Lisa che vive ieri, oggi, domani. Lisa che combatte. Serrando i pugni e denti o librandosi nell’aria come una libellula, padroneggiando il vento, divenendo vento. Lisa che viaggia, che descrive, che mangia, che dorme. Lisa che diventa Viola, Chiara, Arianna. Lisa non tanto alta, con gli occhi intensi e dolci, i capelli ricci e arruffati, il mascara colato. Lisa che appare fragile e piccola ma è feroce e determinata. Lisa che vuole tutto. Che vuole SCRIVERE. Lisa e la pagina bianca. Io e la pagina bianca. Pagina cartacea o digitale non ha importanza. L’atteggiamento è lo stesso. L’aggressione è comunque spiazzante. La sfida che il nulla del foglio mi lancia mi blocca ogni volta. Ogni singola e fottuta volta. È il far west. Io e il computer, uno di fronte all’altro. Stefy contro Lisa. Qualche palla di polvere e peli del cane trasportata da una brezza sconosciuta. Lui, l’oggetto inanimato, armato di tutto punto. Nel suo fodero mostra sprezzante la mia infinita insicurezza, la lenta pigrizia del mio animo, la scarsa autostima, poca convinzione, le basse autovalutazioni, i dissesti provocati da qualche saccente professore universitario, il persistente senso di non essere all’altezza e l’immancabile certezza di non avere abbastanza da dire. Io sull’altro versante ho con me davvero poche cose. Il desiderio di scrivere, l’amore per le parole, la necessità di raccontare e l’impellenza di arrivare dappertutto. Non nei luoghi ma nelle persone. È una sfida all’ultimo sangue. Uno di fronte all’altra. Paura faccia a faccia con il sogno. Le lunghe spade affilate delle mie mancanze che cozzano scintillanti contro i pugnali più corti ma affilatissimi delle qualità. Sono battaglie epiche. Frequenti. Quasi giornaliere. Più di quanto possa pensare chi mi gira intorno, chi spesso, per spronarmi, domanda “Hai scritto oggi?”. “No, non l’ho fatto” dico. HO PERSO, penso. Perdo spesso. Forse troppo. Decisamente troppo. Ma l’insicurezza è la scusa, è la giustificazione. Dire HO PAURA è dire NON CE LA FACCIO. È un non lottare. Un arrendersi. Ho perso così tante volte che a un certo punto perdere non mi faceva nemmeno più sentire sconfitta. Semplicemente NON AVEVO NIENTE DI DAVVERO IMPORTANTE da dire. Sono tutte stronzate. Io ho una marea, una valanga, un tornado di cose da dire. Immagini efficaci, tematiche sofferte. Ho sorrisi a denti stretti, ho sarcasmo, ho rabbia, ho urla da raccontare. Ho un cuore pulsante ripieno di parole che ancora non conosco, non uso ma che posso imparare a fare. Ho una inossidabile forza evocativa. Graffiante, macabra, putrescente. Ho un amore spietato per le contrapposizioni, i contrasti, per la sorpresa che ti distrae e poi ti assale. Ho un talento innaturale per farcire  significanti vuoti e sgonfi e donare loro nuovi sapori.

Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte a una quindicina di sconosciuti e ho parlato della mia “poetica” senza sapere di averne mai avuta una.

Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte a una quindicina di sconosciuti e ho letto 3 delle mie “poesie”. Ed erano belle. Belle come mai mi erano sembrate belle.

Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte ad una quindicina di sconosciuti e quando sono scesa ero furente. Invasa da una rabbia cieca e disperata. Ho una sacca piena di frecce inutilizzate.

Siamo a Settembre, piove, ho stirato per 3 ore intere, mi fanno male le ginocchia, ho acceso il computer e la pagina bianca mi ha subito fissata. Con astio. Mia madre da bambina mi diceva: “L’unica persona che ti può fermare sei tu”. Una rabbia cieca e disperata. Faccia a faccia. Io con io. Stefy con Stefy. E ho vinto. Senza pretese, senza necessariamente essere la migliore, senza stupidi indugi. Oggi ho vinto. E ho in mente di farlo ancora. Ogni singola e fottuta volta.

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