Il 7 di luglio del 2012 è
successo un miracolo.
Voglio
scrivere. Devo scrivere. Non si tratta di un capriccio. Di un passatempo. È una
necessità, viva e potente. Mi scoppia nel petto in ogni momento. La sento nella
testa. Nelle vene. La sento vibrare sottopelle come una scossa elettrica che
carica costantemente. Mille piccoli aghi piantati nella mia carne, diversi,
distorti, di rame, acciaio, cromo, peltro, cristallo, diamante, legno e
plastilina. Ma tutti un’unica singola pulsione: “SCRIVERE”.
Un imperativo
imponente. Mentre cammino, mentre osservo, passeggio con il cane, starnutisco,
piango, urlo, faccio l’amore. Lisa mise un piede davanti all’altro con cura.
Lisa alzò lo sguardo. Lisa si passò una mano tra i capelli. Lisa si accasciò.
Lisa. Il mio “altro” letterario. 4 lettere, un nome insulso, piatto, senza
suoni. 4 stupide e inutili lettere che diventano simbolo infinito di milioni di
momenti, fotografati attraverso altre straordinarie, musicali, colorate ed
emozionanti combinazioni di lettere. Lisa che vive ieri, oggi, domani. Lisa che
combatte. Serrando i pugni e denti o librandosi nell’aria come una libellula,
padroneggiando il vento, divenendo vento. Lisa che viaggia, che descrive, che
mangia, che dorme. Lisa che diventa Viola, Chiara, Arianna. Lisa non tanto
alta, con gli occhi intensi e dolci, i capelli ricci e arruffati, il mascara
colato. Lisa che appare fragile e piccola ma è feroce e determinata. Lisa che
vuole tutto. Che vuole SCRIVERE. Lisa e la pagina bianca. Io e la pagina
bianca. Pagina cartacea o digitale non ha importanza. L’atteggiamento è lo
stesso. L’aggressione è comunque spiazzante. La sfida che il nulla del foglio
mi lancia mi blocca ogni volta. Ogni singola e fottuta volta. È il far west. Io
e il computer, uno di fronte all’altro. Stefy contro Lisa. Qualche palla di
polvere e peli del cane trasportata da una brezza sconosciuta. Lui, l’oggetto
inanimato, armato di tutto punto. Nel suo fodero mostra sprezzante la mia
infinita insicurezza, la lenta pigrizia del mio animo, la scarsa autostima,
poca convinzione, le basse autovalutazioni, i dissesti provocati da qualche
saccente professore universitario, il persistente senso di non essere
all’altezza e l’immancabile certezza di non avere abbastanza da dire. Io
sull’altro versante ho con me davvero poche cose. Il desiderio di scrivere,
l’amore per le parole, la necessità di raccontare e l’impellenza di arrivare
dappertutto. Non nei luoghi ma nelle persone. È una sfida all’ultimo sangue.
Uno di fronte all’altra. Paura faccia a faccia con il sogno. Le lunghe spade
affilate delle mie mancanze che cozzano scintillanti contro i pugnali più corti
ma affilatissimi delle qualità. Sono battaglie epiche. Frequenti. Quasi
giornaliere. Più di quanto possa pensare chi mi gira intorno, chi spesso, per
spronarmi, domanda “Hai scritto oggi?”. “No, non l’ho fatto” dico. HO PERSO,
penso. Perdo spesso. Forse troppo. Decisamente troppo. Ma l’insicurezza è la
scusa, è la giustificazione. Dire HO PAURA è dire NON CE LA FACCIO. È un non
lottare. Un arrendersi. Ho perso così tante volte che a un certo punto perdere
non mi faceva nemmeno più sentire sconfitta. Semplicemente NON AVEVO NIENTE DI
DAVVERO IMPORTANTE da dire. Sono tutte stronzate. Io ho una marea, una valanga,
un tornado di cose da dire. Immagini efficaci, tematiche sofferte. Ho sorrisi a
denti stretti, ho sarcasmo, ho rabbia, ho urla da raccontare. Ho un cuore
pulsante ripieno di parole che ancora non conosco, non uso ma che posso
imparare a fare. Ho una inossidabile forza evocativa. Graffiante, macabra,
putrescente. Ho un amore spietato per le contrapposizioni, i contrasti, per la
sorpresa che ti distrae e poi ti assale. Ho un talento innaturale per farcire significanti vuoti e sgonfi e donare loro
nuovi sapori.
Il 7 di luglio
del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte a una
quindicina di sconosciuti e ho parlato della mia “poetica” senza sapere di
averne mai avuta una.
Il 7 di luglio
del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte a una
quindicina di sconosciuti e ho letto 3 delle mie “poesie”. Ed erano belle.
Belle come mai mi erano sembrate belle.
Il 7 di luglio
del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte ad una
quindicina di sconosciuti e quando sono scesa ero furente. Invasa da una rabbia
cieca e disperata. Ho una sacca piena di frecce inutilizzate.
Siamo a
Settembre, piove, ho stirato per 3 ore intere, mi fanno male le ginocchia, ho
acceso il computer e la pagina bianca mi ha subito fissata. Con astio. Mia
madre da bambina mi diceva: “L’unica persona che ti può fermare sei tu”. Una rabbia
cieca e disperata. Faccia a faccia. Io con io. Stefy con Stefy. E ho vinto.
Senza pretese, senza necessariamente essere la migliore, senza stupidi indugi.
Oggi ho vinto. E ho in mente di farlo ancora. Ogni singola e fottuta volta.
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