domenica 30 settembre 2012

Miracle Blade


Chiara non ha un coltello. Non è nemmeno particolarmente forte. Ne particolarmente muscolosa. Anzi. È minuta e magra. Un po’ pelle e ossa. Ha lunghi capelli biondo cenere. Dritti. Il naso, pronunciato e aquilino, finisce su una bocca filiforme con denti storti e color avorio. Ha poco seno e occhi azzurri. Non un bel azzurro. Un azzurro cielo invernale. Un azzurro plumbeo. Stasera indossa una gonnellina corta nera, calze color carne e un maglioncino rosso molto attillato con una scollatura a barchetta. La lana del sedile posteriore dell’auto dei carabinieri le graffia leggermente le cosce. Dal naso esce il vapore condensato della sua calma. I piedi privati della protezione delle scarpe sono congelati dal freddo di Gennaio. Un uomo in divisa le fa continue domande. Il suo ragazzo, Ivan, viene caricato sull’ambulanza davanti alla macchina dei carabinieri. Chiara non dice una parola da ore. Con i suoi milletrecentosettantaquattro pensieri si è raccolta nella forza di un meraviglioso e tenace silenzio.

 “Senti smettila di darmi ai nervi, chiaro?!?” disse Ivan a denti stretti. Una taciturna Chiara se ne stava seduta su un vertiginoso sgabello nell’angolo del locale. Aveva smesso di pensare da circa cinque minuti e non aveva alcuna voglia di ricominciare. La testa le ronzava come un nido di vespe e le tempie le martellavano come i colpi del fabbro su un ferro rovente. “Se non ti sta bene così, arrangiati!” Ivan ora parlava a bocca larga e perdeva minuscole goccioline di saliva che colpivano il fondotinta sul viso muto di Chiara. La cosa le dava davvero fastidio. Le era sempre sembrato che la saliva di Ivan fosse come il veleno mortifero delle serpi. Quando veniva a contatto con quella viscida sostanza le sembrava che le consumasse la carne. Anche quando la baciava o la scopava aveva sempre l’impressione che quel liquido la corrodesse dall’interno. “Sei davvero una stupida!” quella era la sentenza finale di Ivan. A quel punto non aveva più niente da aggiungere e quindi ritornò placido e con il suo miglior sorriso verso il bancone affollatissimo. Fu un attimo. Chiara, zitta come un pesce, un pesce spada, si alzò in piedi, afferrò lo sgabello che aveva davanti e con una forza inaspettata ma benvenuta lo scagliò contro la schiena di Ivan. Lui cadde a terra. Si sentì qualche gridolino spaventato. La folla attonita si spostò velocemente. Rimase un buco. Al centro Chiara, il muro alle sue spalle, qualche tavolino e a terra Ivan, privo di sensi. Chiara, muta e immutabile, non si scompose. Rialzò lo sgabello per aria e con un altro agile movimento lo precipitò di nuovo sulla schiena del ragazzo. Poi di nuovo in aria. Poi di nuovo sulla schiena. Poi ancora per aria. Il terzo colpo però lo aveva diviso in due parti. Il sedile e lo schienale erano rimasti sul corpo inerme di Ivan e due gambe erano ancora ferme nella mani di Chiara. Fu allora che decise che quella schiena palestrata avrebbe suonato come un tamburo e iniziò a percuoterla usando le gambe d’alluminio come agili bacchette. Qualcuno nel pubblico agghiacciato si mosse. Un paio di ragazzotti afferrarono Chiara per le spalle. Ma lei non aveva finito. Sorprendentemente si disfò della presa usando la testa di uno come il piatto di una batteria, l’occhio di un altro come appoggio per un gomito e del terzo colpì con un tacco 12 le parti più intime. La ragazza dell’eunuco svenne per il trauma. Chiara per disfarsi dei tre impiccioni era rimasta sguarnita di armi. Ivan cominciò a gemere e a muoversi lentamente. Chiara afferrò il Mojito del tavolo a fianco e lo crepò sulla testa giallognola di Ivan. Un colpo, un centro. Poi fu la volta del Margarita alla fragola. Poi un Cuba Libre. Poi il tavolo dietro offrì una Corona e un paio di Rhum e Pera. Il terzo tavolino portò in dono una bottiglia di spumante che si fracassò a un centimetro dal ventre di Ivan, una torta di compleanno con panna, fragole e la scritta “Auguri Loren” che impiastrò il pavimento e la spalla destra del ragazzo, un cestello per il ghiaccio che coprì il locale di una granita misto sangue e una decina di bicchieri da brindisi che colpirono ripetutamente la schiena e la testa del corpo a terra. Quando i calici finirono Chiara agguantò una sedia e con due colpi precisi la precipitò sulle gambe di Ivan. Il ragazzo guaì per il dolore e Chiara sferrò altri due colpi. Poi si levò una scarpa e colpì con la precisione di un cecchino la testa di Ivan. La seconda finì sulla sua natica sinistra.

Quando i carabinieri riuscirono a fermare Chiara, aveva all’attivo: le sedie di un tavolo da 5, il tavolo da 5, un attaccapanni da muro, uno con la piantana, tre quadri raffiguranti bucoliche campagne, due vasi di fiori vuoti e due vasi con i fiori e con le spine. Non tutto però era finito sulla schiena del giovane e aitante Ivan. Qualcosa era tornato utile per fermare i nuovi impiccioni e il tavolino aveva tenuto impegnati i carabinieri per una buona mezz’oretta.

I giornali locali parlarono di Chiara, del suo misterioso scatto d’ira e del suo perpetuo silenzio per paio di settimane. Qualcuno disse che anche qualche telegiornale nazionale aveva passato la notizia ma che era stato solo un accenno perché purtroppo non c’era scappato il morto “altrimenti lo avrebbe raccontato anche Vespa!”.

Durante il processo nonostante le infinite domande del Procuratore della Repubblica e dell’avvocato della difesa Chiara rimase composta nel suo mutismo. Nessuno le cavo le ragioni di un tale gesto. Nessuno capì il motivo di tanta violenza. Intervenirono 6 psicologi, 3 psichiatri, 4 ginecologi, 2 genitori, 4 nonni, 10 professori, 2 preti e perfino 1 maestra elementare ma nessuno riuscì a smuovere Chiara. Poi fu la volta della deposizione di Ivan. Il ragazzo si presentò in tribunale su una carrozzina con le braccia ingessate, le labbra gonfie e tumefatte, una gamba fasciata e tesa, numerosi tagli, tre denti rotti, 3 mesi di riabilitazione e una nuova fidanzata. Nessuno fece domande. Ivan parlò ininterrottamente per 137 minuti. Chiara fu assolta.

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