Chiara
non ha un coltello. Non è nemmeno particolarmente forte. Ne particolarmente
muscolosa. Anzi. È minuta e magra. Un po’ pelle e ossa. Ha lunghi capelli
biondo cenere. Dritti. Il naso, pronunciato e aquilino, finisce su una bocca
filiforme con denti storti e color avorio. Ha poco seno e occhi azzurri. Non un
bel azzurro. Un azzurro cielo invernale. Un azzurro plumbeo. Stasera indossa
una gonnellina corta nera, calze color carne e un maglioncino rosso molto
attillato con una scollatura a barchetta. La lana del sedile posteriore
dell’auto dei carabinieri le graffia leggermente le cosce. Dal naso esce il
vapore condensato della sua calma. I piedi privati della protezione delle
scarpe sono congelati dal freddo di Gennaio. Un uomo in divisa le fa continue
domande. Il suo ragazzo, Ivan, viene caricato sull’ambulanza davanti alla
macchina dei carabinieri. Chiara non dice una parola da ore. Con i suoi
milletrecentosettantaquattro pensieri si è raccolta nella forza di un meraviglioso
e tenace silenzio.
“Senti smettila di darmi ai nervi, chiaro?!?”
disse Ivan a denti stretti. Una taciturna Chiara se ne stava seduta su un
vertiginoso sgabello nell’angolo del locale. Aveva smesso di pensare da circa
cinque minuti e non aveva alcuna voglia di ricominciare. La testa le ronzava
come un nido di vespe e le tempie le martellavano come i colpi del fabbro su un
ferro rovente. “Se non ti sta bene così, arrangiati!” Ivan ora parlava a bocca
larga e perdeva minuscole goccioline di saliva che colpivano il fondotinta sul
viso muto di Chiara. La cosa le dava davvero fastidio. Le era sempre sembrato
che la saliva di Ivan fosse come il veleno mortifero delle serpi. Quando veniva
a contatto con quella viscida sostanza le sembrava che le consumasse la carne.
Anche quando la baciava o la scopava aveva sempre l’impressione che quel
liquido la corrodesse dall’interno. “Sei davvero una stupida!” quella era la
sentenza finale di Ivan. A quel punto non aveva più niente da aggiungere e
quindi ritornò placido e con il suo miglior sorriso verso il bancone
affollatissimo. Fu un attimo. Chiara, zitta come un pesce, un pesce spada, si
alzò in piedi, afferrò lo sgabello che aveva davanti e con una forza
inaspettata ma benvenuta lo scagliò contro la schiena di Ivan. Lui cadde a
terra. Si sentì qualche gridolino spaventato. La folla attonita si spostò
velocemente. Rimase un buco. Al centro Chiara, il muro alle sue spalle, qualche
tavolino e a terra Ivan, privo di sensi. Chiara, muta e immutabile, non si
scompose. Rialzò lo sgabello per aria e con un altro agile movimento lo precipitò
di nuovo sulla schiena del ragazzo. Poi di nuovo in aria. Poi di nuovo sulla
schiena. Poi ancora per aria. Il terzo colpo però lo aveva diviso in due parti.
Il sedile e lo schienale erano rimasti sul corpo inerme di Ivan e due gambe
erano ancora ferme nella mani di Chiara. Fu allora che decise che quella
schiena palestrata avrebbe suonato come un tamburo e iniziò a percuoterla
usando le gambe d’alluminio come agili bacchette. Qualcuno nel pubblico
agghiacciato si mosse. Un paio di ragazzotti afferrarono Chiara per le spalle.
Ma lei non aveva finito. Sorprendentemente si disfò della presa usando la testa
di uno come il piatto di una batteria, l’occhio di un altro come appoggio per
un gomito e del terzo colpì con un tacco 12 le parti più intime. La ragazza
dell’eunuco svenne per il trauma. Chiara per disfarsi dei tre impiccioni era
rimasta sguarnita di armi. Ivan cominciò a gemere e a muoversi lentamente.
Chiara afferrò il Mojito del tavolo a fianco e lo crepò sulla testa giallognola
di Ivan. Un colpo, un centro. Poi fu la volta del Margarita alla fragola. Poi
un Cuba Libre. Poi il tavolo dietro offrì una Corona e un paio di Rhum e Pera.
Il terzo tavolino portò in dono una bottiglia di spumante che si fracassò a un
centimetro dal ventre di Ivan, una torta di compleanno con panna, fragole e la
scritta “Auguri Loren” che impiastrò il pavimento e la spalla destra del
ragazzo, un cestello per il ghiaccio che coprì il locale di una granita misto
sangue e una decina di bicchieri da brindisi che colpirono ripetutamente la
schiena e la testa del corpo a terra. Quando i calici finirono Chiara agguantò
una sedia e con due colpi precisi la precipitò sulle gambe di Ivan. Il ragazzo
guaì per il dolore e Chiara sferrò altri due colpi. Poi si levò una scarpa e
colpì con la precisione di un cecchino la testa di Ivan. La seconda finì sulla
sua natica sinistra.
Quando
i carabinieri riuscirono a fermare Chiara, aveva all’attivo: le sedie di un
tavolo da 5, il tavolo da 5, un attaccapanni da muro, uno con la piantana, tre
quadri raffiguranti bucoliche campagne, due vasi di fiori vuoti e due vasi con
i fiori e con le spine. Non tutto però era finito sulla schiena del giovane e
aitante Ivan. Qualcosa era tornato utile per fermare i nuovi impiccioni e il
tavolino aveva tenuto impegnati i carabinieri per una buona mezz’oretta.
I
giornali locali parlarono di Chiara, del suo misterioso scatto d’ira e del suo
perpetuo silenzio per paio di settimane. Qualcuno disse che anche qualche
telegiornale nazionale aveva passato la notizia ma che era stato solo un
accenno perché purtroppo non c’era scappato il morto “altrimenti lo avrebbe
raccontato anche Vespa!”.
Durante
il processo nonostante le infinite domande del Procuratore della Repubblica e
dell’avvocato della difesa Chiara rimase composta nel suo mutismo. Nessuno le
cavo le ragioni di un tale gesto. Nessuno capì il motivo di tanta violenza.
Intervenirono 6 psicologi, 3 psichiatri, 4 ginecologi, 2 genitori, 4 nonni, 10
professori, 2 preti e perfino 1 maestra elementare ma nessuno riuscì a smuovere
Chiara. Poi fu la volta della deposizione di Ivan. Il ragazzo si presentò in
tribunale su una carrozzina con le braccia ingessate, le labbra gonfie e
tumefatte, una gamba fasciata e tesa, numerosi tagli, tre denti rotti, 3 mesi
di riabilitazione e una nuova fidanzata. Nessuno fece domande. Ivan parlò
ininterrottamente per 137 minuti. Chiara fu assolta.
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