domenica 30 settembre 2012

Il metodo della visualizzazione.


Scruto il mio armadio da almeno dieci minuti. Facciamo venti. Mi sento come uno di quegli aruspici che cercavano nelle viscere di qualche povera bestia chissà quale risposta sul futuro. Il mio compito è molto più semplice. Prima che uscisse ho promesso a mia mamma che quest’anno dai parenti per Natale ci sarei andata vestita “bene”. Lei aveva fatto un sorriso sornione e aveva chiuso la porta. Sapeva che mentivo. Ma per principio avevo deciso che mi sarei messa qualcosa che mi facesse sentire “vestita bene”. Ora però dopo venti minuti passati davanti a questo maledetto armadio incomincio a cedere sempre più tentata dai jeans e dalla felpa che nell’angolo mi sorridono. E lei, la mamma, è la, nella casa romita, che attende, che pigola, sempre più piano. Dio come mi fanno apparire intelligente le citazioni dotte! Si, d’accordo, resta il fatto che quest’armadio proprio non vuole collaborare! Sembra che perfino il cane mi prenda per il culo. Mi guarda dall’alto del suo tappeto con un espressione sarcastica. E in più mi mette fretta quella bestia! Un attimo, diamine! Non vedi che sto pensando?!? Mi butto sul letto decisa a tentare il tutto per tutto con il metodo della visualizzazione. Il metodo della visualizzazione è molto semplice, ma molto impegnativo. Il metodo della visualizzazione è infallibile ma pericoloso. Il rischio è addormentarsi. E puoi metterci la firma che dopo dai parenti non ci vai più! Il metodo della visualizzazione prevede due step: sdraiarsi sul letto a occhi chiusi e visualizzare il dilemma. In questo caso visualizzare l’armadio e cercare l’abito giusto! Procedo. Il cane scuote la testa. Infame! Crede che mi addormenterò. Ma io sono certa di farcela. Chiudo gli occhi e le immagini mi appaiono in testa. La prima è il vassoio di gamberetti fritti che mia mamma ha messo in tavola a pranzo. Meravigliosa! Li contemplo per una manciata di secondi e passo alla seconda. No! Porca P…! Ancora lei. Proprio quella che evito con tutte le mie forze! La felpa! Mio papà me l’ha regalata proprio oggi. Non va bene per i parenti! Maledetta! È così calda! E morbida! E poi è proprio nel mio stile. No! No! Apro gli occhi scuoto la testa e respiro. Mi tolgo la felpa tentatrice dalla mente a forza. Riappoggio la testa al cuscino e ricomincio il processo da una terza immag … Carlotta! Terribile! L’ho vista ieri sera alla messa di Mezzanotte. Ricordo solo di aver pensato “puoi metterti tutto il cerone che vuoi ma se dentro sei marcia si vede sempre anche fuori!”. Non un pensiero natalizio d’accordo! Soprattutto se non vedi una persona da quasi 6 mesi. Eppure non ho potuto evitarlo. Lei mi guardava con la sua faccetta ordinata dai cataloghi della Postalmarket. Così simile a tante altre faccette da risultare odiosamente ostile ai miei capelli sconvolti e alle mie plurime occhiaie. Mi aveva abbracciata con un sorriso Colgate e mi aveva appioppato tre bacini in perfetto stile “palo nel culo”. Schiena dritta, movimenti veloci e scattanti. Poi mi aveva sferrato uno sguardo da “poverina come sei fuori moda” e si era voltata lasciandomi in una bara di profumo dolciastro e ammorbante. Lei si che era natalizia. Lei strizzata in un cappottino nero e lucido, con il pelo di una bestia innocente che le sbucava dal collo e dalle maniche. Lei con il fondotinta perfettamente steso. Con le sue lampade settimanali. Lei magra e disperatamente sottopeso. Lei con un cappellino-preservativo assolutamente all’ultimo grido. Lei che porta sempre tutto con fierezza. Anche quel moroso con l’espressione sempre organizzata. Li avevo guardati andarsene ammantati dalla nebbia. Lei diritta come l’asta dei saltatori olimpionici e lui con quell’aria appuntita come una matita. Le immagini mi si sovrappongono l’una con l’altra. Il metodo della visualizzazione mi sfugge di mano. E i paragoni mi sommergono come un’onda. Mi vedo lì in mezzo al gelo del sagrato della chiesa con l’atmosfera frigorifera che mi graffia le guancie. Io in compagnia di tutti quei dubbi che quando bussano alla porta sono fastidiosi come i maglioni in lana che pungono la pelle. Ritorna anche la sensazione amara di aver sbagliato qualche calcolo. La nebbia e la coppia mi avevano fatto tremare le ginocchia. Uno slide di foto deformate e deformanti mi scorre davanti. Lei nella sua profumata perfezione e io nel mio maleodorante disastro. Oggi che mi ero “sistemata” avevo solo ottenuto una massa selvaggia di capelli ingarbugliati. Forse perché avevo l’anima selvaggia. Anima selvaggia e nessun fidanzato serio. Mai. Lei che passa da una storia millenaria ad un'altra. Tutti quei begli ometti steccati si impegnano sempre con lei. Io ho all’attivo una storia da meno della metà di un quarto di un intero con un ex che se ne sta in una terra così lontana da non riuscire nemmeno ad immaginarne l’odore; un amico a singhiozzo che chiama solo quando non ha fucili di morose e amanti puntati alla giugulare e una new entry che mi fa arrossire per l’imbarazzo di desiderarne un abbraccio o un bacio consumabile solo ed esclusivamente in data da definirsi. Forse è l’ansia cronica del mio DNA spezzino che mi frega. O l’ironia spietata e il cinismo caustico della parte maschile dell’elica genetica. Magari non sono abbastanza organizzata e ordinata. Magari sbaglio la misura. Forse è per quello che ho una canottiera troppo larga con scritto “Non imparo mai”. Perché non imparo mai dai miei errori. O non imparo mai a vestirmi bene. Non mi vesto bene e mi trucco controvoglia. Però ho una buona mano. A parte quando mischio matita viola e verde creando quell’effetto tumefatto non esattamente elegante. Forse l’effetto tumefatto mi piace. E allora faccio tumefare ogni cosa. La testa, la milza, il cuore e i polmoni. Ecco non imparo mai a conservare qualche organo. Non imparo mai a schivare i colpi.  E non imparo mai ad usare il metodo della visualizzazione perché quasi quasi mi faccio una dormita … squilla il cell. Mamma. “Che c’è?”. “Ho pensato … perché non ti metti i jeans con quella felpa nuova che ti ha regalato papà per Natale?”. “Sei sicura?!?”. “Ma si! E lascia stare i capelli, andranno bene anche selvaggi!”.

Mi tiro in piedi. Il cane mi guarda. Ora ne sono certa. Mi sta prendendo per il culo. 

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