Scruto
il mio armadio da almeno dieci minuti. Facciamo venti. Mi sento come uno di
quegli aruspici che cercavano nelle viscere di qualche povera bestia chissà
quale risposta sul futuro. Il mio compito è molto più semplice. Prima che
uscisse ho promesso a mia mamma che quest’anno dai parenti per Natale ci sarei
andata vestita “bene”. Lei aveva fatto un sorriso sornione e aveva chiuso la
porta. Sapeva che mentivo. Ma per principio avevo deciso che mi sarei messa
qualcosa che mi facesse sentire “vestita bene”. Ora però dopo venti minuti
passati davanti a questo maledetto armadio incomincio a cedere sempre più
tentata dai jeans e dalla felpa che nell’angolo mi sorridono. E lei, la mamma,
è la, nella casa romita, che attende, che pigola, sempre più piano. Dio come mi
fanno apparire intelligente le citazioni dotte! Si, d’accordo, resta il fatto
che quest’armadio proprio non vuole collaborare! Sembra che perfino il cane mi
prenda per il culo. Mi guarda dall’alto del suo tappeto con un espressione
sarcastica. E in più mi mette fretta quella bestia! Un attimo, diamine! Non
vedi che sto pensando?!? Mi butto sul letto decisa a tentare il tutto per tutto
con il metodo della visualizzazione. Il metodo della visualizzazione è molto
semplice, ma molto impegnativo. Il metodo della visualizzazione è infallibile
ma pericoloso. Il rischio è addormentarsi. E puoi metterci la firma che dopo
dai parenti non ci vai più! Il metodo della visualizzazione prevede due step:
sdraiarsi sul letto a occhi chiusi e visualizzare il dilemma. In questo caso
visualizzare l’armadio e cercare l’abito giusto! Procedo. Il cane scuote la
testa. Infame! Crede che mi addormenterò. Ma io sono certa di farcela. Chiudo
gli occhi e le immagini mi appaiono in testa. La prima è il vassoio di
gamberetti fritti che mia mamma ha messo in tavola a pranzo. Meravigliosa! Li
contemplo per una manciata di secondi e passo alla seconda. No! Porca P…!
Ancora lei. Proprio quella che evito con tutte le mie forze! La felpa! Mio papà
me l’ha regalata proprio oggi. Non va bene per i parenti! Maledetta! È così
calda! E morbida! E poi è proprio nel mio stile. No! No! Apro gli occhi scuoto
la testa e respiro. Mi tolgo la felpa tentatrice dalla mente a forza.
Riappoggio la testa al cuscino e ricomincio il processo da una terza immag …
Carlotta! Terribile! L’ho vista ieri sera alla messa di Mezzanotte. Ricordo
solo di aver pensato “puoi metterti tutto il cerone che vuoi ma se dentro sei
marcia si vede sempre anche fuori!”. Non un pensiero natalizio d’accordo!
Soprattutto se non vedi una persona da quasi 6 mesi. Eppure non ho potuto
evitarlo. Lei mi guardava con la sua faccetta ordinata dai cataloghi della
Postalmarket. Così simile a tante altre faccette da risultare odiosamente
ostile ai miei capelli sconvolti e alle mie plurime occhiaie. Mi aveva
abbracciata con un sorriso Colgate e mi aveva appioppato tre bacini in perfetto
stile “palo nel culo”. Schiena dritta, movimenti veloci e scattanti. Poi mi
aveva sferrato uno sguardo da “poverina come sei fuori moda” e si era voltata
lasciandomi in una bara di profumo dolciastro e ammorbante. Lei si che era
natalizia. Lei strizzata in un cappottino nero e lucido, con il pelo di una
bestia innocente che le sbucava dal collo e dalle maniche. Lei con il
fondotinta perfettamente steso. Con le sue lampade settimanali. Lei magra e
disperatamente sottopeso. Lei con un cappellino-preservativo assolutamente
all’ultimo grido. Lei che porta sempre tutto con fierezza. Anche quel moroso
con l’espressione sempre organizzata. Li avevo guardati andarsene ammantati
dalla nebbia. Lei diritta come l’asta dei saltatori olimpionici e lui con
quell’aria appuntita come una matita. Le immagini mi si sovrappongono l’una con
l’altra. Il metodo della visualizzazione mi sfugge di mano. E i paragoni mi
sommergono come un’onda. Mi vedo lì in mezzo al gelo del sagrato della chiesa
con l’atmosfera frigorifera che mi graffia le guancie. Io in compagnia di tutti
quei dubbi che quando bussano alla porta sono fastidiosi come i maglioni in
lana che pungono la pelle. Ritorna anche la sensazione amara di aver sbagliato
qualche calcolo. La nebbia e la coppia mi avevano fatto tremare le ginocchia.
Uno slide di foto deformate e deformanti mi scorre davanti. Lei nella sua
profumata perfezione e io nel mio maleodorante disastro. Oggi che mi ero
“sistemata” avevo solo ottenuto una massa selvaggia di capelli ingarbugliati.
Forse perché avevo l’anima selvaggia. Anima selvaggia e nessun fidanzato serio.
Mai. Lei che passa da una storia millenaria ad un'altra. Tutti quei begli
ometti steccati si impegnano sempre con lei. Io ho all’attivo una storia da
meno della metà di un quarto di un intero con un ex che se ne sta in una terra
così lontana da non riuscire nemmeno ad immaginarne l’odore; un amico a
singhiozzo che chiama solo quando non ha fucili di morose e amanti puntati alla
giugulare e una new entry che mi fa arrossire per l’imbarazzo di desiderarne un
abbraccio o un bacio consumabile solo ed esclusivamente in data da definirsi.
Forse è l’ansia cronica del mio DNA spezzino che mi frega. O l’ironia spietata
e il cinismo caustico della parte maschile dell’elica genetica. Magari non sono
abbastanza organizzata e ordinata. Magari sbaglio la misura. Forse è per quello
che ho una canottiera troppo larga con scritto “Non imparo mai”. Perché non
imparo mai dai miei errori. O non imparo mai a vestirmi bene. Non mi vesto bene
e mi trucco controvoglia. Però ho una buona mano. A parte quando mischio matita
viola e verde creando quell’effetto tumefatto non esattamente elegante. Forse
l’effetto tumefatto mi piace. E allora faccio tumefare ogni cosa. La testa, la
milza, il cuore e i polmoni. Ecco non imparo mai a conservare qualche organo.
Non imparo mai a schivare i colpi. E non
imparo mai ad usare il metodo della visualizzazione perché quasi quasi mi
faccio una dormita … squilla il cell. Mamma. “Che c’è?”. “Ho pensato … perché
non ti metti i jeans con quella felpa nuova che ti ha regalato papà per
Natale?”. “Sei sicura?!?”. “Ma si! E lascia stare i capelli, andranno bene
anche selvaggi!”.
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