domenica 30 settembre 2012

Il mio figlio dell’officina.


Io non sono una figlia dell’officina. 
Sono una nipote. 
Il vero figlio dell’officina ora è sdraiato al piano di sotto sul divano. Ha una camicia di lino che lui dice essere granatone, mezza nei pantaloni e mezza no. Ha i capelli bianchi e le rughe sulla fronte. A volte quando non mi vede osservo quelle rughe e penso che siano come i cerchi di un tronco di un albero, se le conti ne scopri l’età, le stagioni, la storia e i ricordi. Ha gli occhiali bassi e la Bibbia, il TuttoSport, appoggiato sulle gambe, chiuso. Con un braccio accarezza un orecchio del Bigio. Ascolta il Tg. O forse no. 

Il mio figlio dell’officina ha 54 anni. Lavora da 40. Il primo di Luglio va in mobilità. Non è molto contento. Anche se finge che sia tutto a posto. Ho imparato a conoscere le espressioni delle sue rughe e so che non c’è nulla di a posto. 
Il mio figlio dell’officina mi ha insegnato a camminare. E a ridere. Mi ha insegnato il sarcasmo e il comunismo. 
Il mio figlio dell’officina mi ha tenuta per mano come una principessa sulle mura di Senigallia, mi ha cantato le canzoni di Rino Gaetano in prima elementare e mi ha portato al primo concerto dei Modena City Rambles. 
Il mio figlio dell’officina mi ha insegnato la storia come nessun insegnate o libro avrebbe potuto fare. Mi ha insegnato ad amarla, a rispettarla e ad averne cura. 
Il mio figlio dell’officina chiama il manager “Padrone” e gli operai “Lavoratori”. 
Il mio figlio dell’officina conosce la dignità del lavoro.
Il mio figlio dell’officina riconosce la dignità del lavoro e la sa difendere.
Il mio figlio dell’officina ha gli occhi verdi come i prati estivi che brillano quando canta le canzoni di protesta in macchina di fianco a me.
Il mio figlio dell’officina conosce il dolore. Lo ha conosciuto in Aprile, in Novembre e una grigia mattina di fine Ottobre.
Il mio figlio dell’officina si lascia coccolare dalla mia figlia dell’ufficio quando il dolore lo punge come milioni di piccoli spilli.
Il mio figlio dell’officina conosce l’allegria e la fantasia. Conosce Vergingetorige e Girolimoni. Erano compagni di banco a scuola.
Il mio figlio dell’officina si arrabbia davanti alla tv se sente parlare di morti bianche. Si morde la lingua e abbassa lo sguardo. Tace e pensa. Io posso sentire il rumore della rabbia nel suo pensiero.
Il mio figlio dell’officina crede ancora in qualcosa di meglio. Crede ancora nell’avvenire. Crede nel tempo e nelle persone. Ancora. Nonostante tutto e tutti. Nonostante la ditta.
Il mio figlio dell’officina era nel ‘72 a Tuxon, ha spostato il deserto del Sahara dal Kansas nel ’76 e sa che se a 35 piove a 40 c’è il sole.
Il mio figlio dell’officina non mette mai la cravatta e la giacca. L’ultima volta è stato il giorno di Santa Lucia di due anni fa. Girava per l’Università Statale di Milano con una tesi rossa sotto il braccio sinistro ed era così diritto che anche la gobba sembrava sparita.
Il mio figlio dell’officina voleva il figlio dottore.
Il mio figlio dell’officina ha una maglietta con scritto “Hasta la topa siempre”.
Il mio figlio dell’officina ha un cassetto per i sogni, uno per le canzoni, uno per i libri, uno per le speranze, cinque o sei per calze e mutande.
Il mio figlio dell’officina non segue la moda, lui è la moda.
Il mio figlio dell’officina è stato anche un nipote dell’officina perché anche lui ha avuto un suo figlio dell’officina con il cappello e le rughe in fronte.
Il mio papà … cioè … Il mio figlio dell’officina è semplicemente il mio figlio dell’officina.
E questo basta.

Nessun commento:

Posta un commento