Io non sono una figlia dell’officina.
Sono una nipote.
Il
vero figlio dell’officina ora è sdraiato al piano di sotto sul divano. Ha una
camicia di lino che lui dice essere granatone, mezza nei pantaloni e mezza no.
Ha i capelli bianchi e le rughe sulla fronte. A volte quando non mi vede osservo
quelle rughe e penso che siano come i cerchi di un tronco di un albero, se le
conti ne scopri l’età, le stagioni, la storia e i ricordi. Ha gli occhiali
bassi e la Bibbia, il TuttoSport, appoggiato sulle gambe, chiuso. Con un
braccio accarezza un orecchio del Bigio. Ascolta il Tg. O forse no.
Il mio
figlio dell’officina ha 54 anni. Lavora da 40. Il primo di Luglio va in
mobilità. Non è molto contento. Anche se finge che sia tutto a posto. Ho
imparato a conoscere le espressioni delle sue rughe e so che non c’è nulla di a
posto.
Il mio figlio dell’officina mi ha insegnato a camminare. E a ridere. Mi
ha insegnato il sarcasmo e il comunismo.
Il
mio figlio dell’officina mi ha tenuta per mano come una principessa sulle mura
di Senigallia, mi ha cantato le canzoni di Rino Gaetano in prima elementare e
mi ha portato al primo concerto dei Modena City Rambles.
Il mio figlio
dell’officina mi ha insegnato la storia come nessun insegnate o libro avrebbe
potuto fare. Mi ha insegnato ad amarla, a rispettarla e ad averne cura.
Il mio
figlio dell’officina chiama il manager “Padrone” e gli operai “Lavoratori”.
Il
mio figlio dell’officina conosce la dignità del lavoro.
Il mio figlio
dell’officina riconosce la dignità del lavoro e la sa difendere.
Il mio figlio
dell’officina ha gli occhi verdi come i prati estivi che brillano quando canta
le canzoni di protesta in macchina di fianco a me.
Il mio figlio
dell’officina conosce il dolore. Lo ha conosciuto in Aprile, in Novembre e una
grigia mattina di fine Ottobre.
Il mio figlio
dell’officina si lascia coccolare dalla mia figlia dell’ufficio quando il
dolore lo punge come milioni di piccoli spilli.
Il mio figlio
dell’officina conosce l’allegria e la fantasia. Conosce Vergingetorige e
Girolimoni. Erano compagni di banco a scuola.
Il mio figlio
dell’officina si arrabbia davanti alla tv se sente parlare di morti bianche. Si
morde la lingua e abbassa lo sguardo. Tace e pensa. Io posso sentire il rumore
della rabbia nel suo pensiero.
Il mio figlio dell’officina
crede ancora in qualcosa di meglio. Crede ancora nell’avvenire. Crede nel tempo
e nelle persone. Ancora. Nonostante tutto e tutti. Nonostante la ditta.
Il mio figlio
dell’officina era nel ‘72 a Tuxon, ha spostato il deserto del Sahara dal Kansas
nel ’76 e sa che se a 35 piove a 40 c’è il sole.
Il mio figlio
dell’officina non mette mai la cravatta e la giacca. L’ultima volta è stato il
giorno di Santa Lucia di due anni fa. Girava per l’Università Statale di Milano
con una tesi rossa sotto il braccio sinistro ed era così diritto che anche la
gobba sembrava sparita.
Il mio figlio
dell’officina voleva il figlio dottore.
Il mio figlio
dell’officina ha una maglietta con scritto “Hasta la topa siempre”.
Il mio figlio
dell’officina ha un cassetto per i sogni, uno per le canzoni, uno per i libri,
uno per le speranze, cinque o sei per calze e mutande.
Il mio figlio
dell’officina non segue la moda, lui è la moda.
Il mio figlio
dell’officina è stato anche un nipote dell’officina perché anche lui ha avuto
un suo figlio dell’officina con il cappello e le rughe in fronte.
Il mio papà … cioè …
Il mio figlio dell’officina è semplicemente il mio figlio dell’officina.
E questo basta.
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