martedì 19 febbraio 2013

... quando guardo la neve, un po’ la guardo anche per te ...


Domenica, 17/02/2013
Ciao G.,
lunedì scorso nevicava. Una nevicata lunga, lenta e copiosa. Come non ne ricordavo da un po’. L’ho osservata scendere per tutto il giorno. Ero in ferie, le scuole erano chiuse per i due giorni di Carnevale e io (che purtroppo ancora non faccio l’insegnante) per una strana ironia della sorte, lavoro nella mensa scolastica, con un contratto in cui il mio orario è definito “a calendario scolastico”. Quindi il nevoso Carnevale l’ho tenuto d’occhio attraverso i doppi vetri della cucina e del cesso di casa mia. Era una nevicata bella.
Sai io non sono un’amante della neve. So che c’è a chi piace, chi la festeggia, qualcuno le parla e le sorride. Io preferisco il vento; gelido, primaverile, estivo. Mi sento più tranquilla se c’è una bella giornata ventosa; mi scombina i ricci, fa rotolare le foglie e infastidisce i cappelli dei passati (di chi lo mette ancora, almeno. Come te. Tu lo mettevi, questo me lo ricordo perfettamente). Però non sono neanche una di quelle persone che odia la neve. Laura la detesta, inizia a brontolare alla mattina, appena si alza. Mi intasa il cellulare con cinque o sei messaggi di insulti e poi passa a farmi il bollettino di tutti i suoi spostamenti. Sono qui, sono arrivata, parto ora. Lei non lo sa ma quando leggo i suoi messaggi, io una risatina me la faccio. Chissà se te la ricordi Laura che brontola? Io ricordo che ti divertiva stuzzicarla, prenderla in giro. Non sono in molti quelli che possono dire con leggerezza di averlo fatto ma lei con te chiudeva sempre un occhio. E lo chiudeva volentieri, tu lo sapevi e ci sguazzavi dentro tronfio e felice. Ruffiano!
La neve quindi mi lascia abbastanza indifferente; tutto quel silenzio, quell’ovatta ghiacciata che impacchetta la natura e il bianco! Quell’insignificante bianco che farcisce ogni centimetro del mondo. O almeno del mio angolino di mondo. Che razza di colore è il bianco? Il rosso è un colore, il giallo, il verde, il blu, il viola, perfino il nero è un colore! Ma il bianco? Cos’è il bianco? Tu avresti saputo rispondere a questa domanda ma ormai è finito il tempo in cui potevo portela.
Guardavo la neve, lunedì, dalla finestra, il lunedì del carnevale e pensavo a te. Ogni fiocco di cui seguivo la discesa fino a terra, mi faceva pensare a te. Ti sei perso questa nevicata. Ti sei perso perfino il Carnevale. Ti piaceva il Carnevale? Me lo sono chiesto mentre guardavo la neve. Ho pensato che il Carnevale poteva essere una festa adatta a te. Ma non ne sono del tutto certa, perché la verità è che non lo so. Perché tra le moltissime cose che non ho saputo di te, c’è anche questa. Sono queste mancanze, questi minuscoli pezzetti che mancano, che mi stritolano le viscere. Sai cosa penso? Che non mi spetti il diritto di pensarti, mentre nevica, perché non so se ti piaceva il Carnevale. Però di pensarti non posso fare a meno e allora decido che il Carnevale per te è un po’ come la neve per me, ti lascia indifferente. Tuttavia c’è almeno una cosa che so. So che non avresti perso l’occasione per farmi uno di quei discorsi impegnati e allo stesso tempo un po’ farlocchi sul senso della maschera. Si, ne sono certa. Ci saremmo ritrovati al bancone di un qualunque bar; tu comodamente adagiato, io arrampicata su quei maledetti sgabelli di legno alti come un grattacielo. Tu con in mano un piccolo calice di un vino acido e bianco, io con la mia bella lattina ghiacciata di estathè al limone. “Come fai a bere quella robaccia?”, posso sentire la tua voce fumosa fare questa obbiezione. Avremmo iniziato così e ci saremmo persi in un labirinto di altri discorsi, spingendo i nostri ragionamenti molto oltre il limite dell’assurdo.
Ad un certo punto ti saresti bloccato, espressione seria e sguardo scuro che attraversava il liquido giallastro nel tuo bicchiere. Dopo qualche secondo avresti buttato lì una frase ad effetto, un po’ da poeta maledetto, un po’ alla Rimbaud; una cosa tipo: “Che cos’è davvero il Carnevale se non un’occasione per togliersi la maschera del quotidiano e indossare quella di una falsa follia?”. Oh si! Non fare quella faccia e non provare a negarlo! Avresti davvero potuto dire una cosa del genere! E io? Beh, si, io lo ammetto. Avrei buttato gli occhi indietro, inclinato la testa in un movimento annoiato e incamerato aria per sbuffare con maggior convinzione. Tutte cazzate, tutti stereotipi, tutte frasi ad effetto che non portano da nessuna parte. Ecco come avrei voluto risponderti. Come risponderei a tutti quelli che si mettono a filosofeggiare su questioni trite e ritrite. Ma non te l’ho mai detto, ti lasciavo continuare, assecondando il tuo discorso con qualche “Uhm”, “Già”, “Infatti”. La disinteressata, quella era la parte che non mancavo di recitare. Ma lo sapevi che anche se poco, ti ascoltavo davvero. Perché in fondo mi piaceva quel tuo modo oppositivo e caustico di fare l’analisi della società. Lo sentivo familiare, amico; in esso mi ci riconoscevo e mi sentivo riconosciuta.
Come ho fatto a stare per quattro anni senza i tuoi discorsi? E soprattutto, com’è che non mi sono accorta di quanto mi mancavano? Di quanto mi mancavi tu? L’ovattato silenzio della neve, che copriva i rimasugli di coriandoli sparsi durante la sfilata del giorno precedente, mi ha suggerito la risposta. Sono state le maschere. Ironia della sorte, forse? Non lo so, ma è così. Eccesso interpretativo: personaggi diversi, sfumature portare all’eccesso, citazioni non sempre capite ma rigidamente indossate, mantra ripetuti come litanie, troppa obbedienza autoimposta. Tutto giustificato dalla necessità di affermarmi, di trovare il “me stessa” che mi mancava. Mi sono cercata così tanto, ho inseguito con così tanta passione la persona che volevo essere da non accorgermi di aver perduto la persona che ero. Ho girato a vuoto come una pallina da flipper; a volte ho accumulato punti, altre volte ho sbattuto contro le sponde, in certe occasioni ero così demoralizzata che qualcuno da fuori mi ha dovuto ributtare in quel marasma di tunnel, luci e suoni annodati tra loro. Ma al di là del mio stare fuori o dentro, ora comprendo che la vera mancanza è stata quella di non accorgermi che si trattava sempre nello stesso flipper.
Sono molte le persone che si perdono nel tentativo di trovarsi, credo che in fondo sia un po’ quello che è successo a te. Per questo non me ne faccio una colpa. Non ho perso il mio tempo, l’ho usato per fare qualcosa di poco utile; come quando gioco con le palline su facebook o ascolto una canzone dei DOGO. Non è tempo sprecato, è tempo di seconda scelta. Di questo mi rimprovero, di essermi concessa troppo tempo di scarsa qualità e soprattutto di aver perso te galleggiando in questi momenti di poco conto.
Non fraintendermi, non sono così pretenziosa da credere che la tua fine sia in qualche modo legata alla mia assenza; non ho mai avuto un ego così vincente da poter fare un’affermazione del genere, la mia bassa autostima è così nota che l’avresti riconosciuta pure tu. Avrei dovuto però usare questo tempo per fare la rivoluzione, trovare una cura per il cancro, scrivere un libro meraviglioso, correre nei campi fioriti, fare un figlio, imparare a suonare la chitarra, ridere fino a scoppiare e poi piangere fino a soffocare; solo così oggi potrei forse accettare di essermi allontanata da te. Ma non ho fatto niente di tutto questo, forse ho solo riso e pianto; di certo, non abbastanza. Così non posso perdonarmi quell’arrogante e ingenua certezza di poterti comunque rincontrare; così, per caso, un giorno, da qualche parte. Non posso credere di non essere stata capace di concederti tutta questa sincerità che ritrovo oggi, facile e malleabile, in questo commosso Calibri 12, duramente battuto sui questi sterili tasti. Non posso nemmeno credere di starmene qui a scrivere una stupida lettera a te, mentre le tue infinite e talentuose mani, che nascondono ancora tracce di tempera, se ne stanno rigide lungo i tuoi fianchi in quella maledetta cassa di legno. Eppure già so che questa è solo la prima, ne arriveranno altre e alcune forse non ti piaceranno. Potrei perfino raccoglierle e farci un libro, con un titolo sdolcinato, che faccia presa sul pubblico, tipo … “Tutto quello che non ti ho detto” oppure “Quello che è rimasto tra noi”. Ma posso fare di peggio, sai? Si, lo sai.
Il gioco dei titoli era uno dei tuoi preferiti, ci lasciava il tempo di infilare una cazzata dietro l’altra, come perle di una collana fatta di tutta la leggerezza di cui eravamo capaci. L’occasione migliore fu quella in cui decidemmo che avremmo girato un porno. Io da regista, precisai fin da subito. Tu da attore principale, aggiungesti un secondo dopo. Senza sceneggiatura, ne trama (non che ce ne fosse poi bisogno), passammo una buona mezz’ora a trovare il titolo giusto, quello che ci avrebbe permesso di venderlo al grande pubblico e fare un sacco di soldi. Tu avevi il gusto dello splatter, io preferivo le cose più eleganti, ma alla fine “Il MattaTroio” lo trovai io. Doveva essere un ibrido tra il porno e l’horror. Niente richiami agli stereotipi di genere, ne in un verso, ne nell’altro. Per questo i miei titoli non ti sarebbero piaciuti. Decisamente troppo connotati. Avresti proposto cose più forti. Magari un “Lettere dalla cassa”, pessimo. “L’ironia del cadavere”, niente di che. “Il sorriso del cadavere”, quasi? “Il sorriso della salma”, forse su questo un po’ l’occhio ti sarebbe brillato. Ma ti avrei convinto con il sottotitolo “Le storie di merda non finiscono mai”. Già, ti sarebbe piaciuto parecchio. Oggi questo gioco lo vinco ancora io. Ma è la vittoria di chi ha perso.
Insomma G., lunedì ero lì, alla finestra, guardavo la neve cadere e pensavo a te. Ho scritto circa 1.700 parole,  un centinaio di righe e 3 pagine solo perché volevo dirti che quando guardo la neve, un po’ la guardo anche per te. Forse questo sarebbe stato un buon titolo ma è davvero troppo, troppo sdolcinato. Anche troppo vero. E troppo doloroso.
Ciao Amico mio, a presto
S.

domenica 30 settembre 2012

NUDA. Ogni singola e fottuta volta.


Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo.

Voglio scrivere. Devo scrivere. Non si tratta di un capriccio. Di un passatempo. È una necessità, viva e potente. Mi scoppia nel petto in ogni momento. La sento nella testa. Nelle vene. La sento vibrare sottopelle come una scossa elettrica che carica costantemente. Mille piccoli aghi piantati nella mia carne, diversi, distorti, di rame, acciaio, cromo, peltro, cristallo, diamante, legno e plastilina. Ma tutti un’unica singola pulsione: “SCRIVERE”.

Un imperativo imponente. Mentre cammino, mentre osservo, passeggio con il cane, starnutisco, piango, urlo, faccio l’amore. Lisa mise un piede davanti all’altro con cura. Lisa alzò lo sguardo. Lisa si passò una mano tra i capelli. Lisa si accasciò. Lisa. Il mio “altro” letterario. 4 lettere, un nome insulso, piatto, senza suoni. 4 stupide e inutili lettere che diventano simbolo infinito di milioni di momenti, fotografati attraverso altre straordinarie, musicali, colorate ed emozionanti combinazioni di lettere. Lisa che vive ieri, oggi, domani. Lisa che combatte. Serrando i pugni e denti o librandosi nell’aria come una libellula, padroneggiando il vento, divenendo vento. Lisa che viaggia, che descrive, che mangia, che dorme. Lisa che diventa Viola, Chiara, Arianna. Lisa non tanto alta, con gli occhi intensi e dolci, i capelli ricci e arruffati, il mascara colato. Lisa che appare fragile e piccola ma è feroce e determinata. Lisa che vuole tutto. Che vuole SCRIVERE. Lisa e la pagina bianca. Io e la pagina bianca. Pagina cartacea o digitale non ha importanza. L’atteggiamento è lo stesso. L’aggressione è comunque spiazzante. La sfida che il nulla del foglio mi lancia mi blocca ogni volta. Ogni singola e fottuta volta. È il far west. Io e il computer, uno di fronte all’altro. Stefy contro Lisa. Qualche palla di polvere e peli del cane trasportata da una brezza sconosciuta. Lui, l’oggetto inanimato, armato di tutto punto. Nel suo fodero mostra sprezzante la mia infinita insicurezza, la lenta pigrizia del mio animo, la scarsa autostima, poca convinzione, le basse autovalutazioni, i dissesti provocati da qualche saccente professore universitario, il persistente senso di non essere all’altezza e l’immancabile certezza di non avere abbastanza da dire. Io sull’altro versante ho con me davvero poche cose. Il desiderio di scrivere, l’amore per le parole, la necessità di raccontare e l’impellenza di arrivare dappertutto. Non nei luoghi ma nelle persone. È una sfida all’ultimo sangue. Uno di fronte all’altra. Paura faccia a faccia con il sogno. Le lunghe spade affilate delle mie mancanze che cozzano scintillanti contro i pugnali più corti ma affilatissimi delle qualità. Sono battaglie epiche. Frequenti. Quasi giornaliere. Più di quanto possa pensare chi mi gira intorno, chi spesso, per spronarmi, domanda “Hai scritto oggi?”. “No, non l’ho fatto” dico. HO PERSO, penso. Perdo spesso. Forse troppo. Decisamente troppo. Ma l’insicurezza è la scusa, è la giustificazione. Dire HO PAURA è dire NON CE LA FACCIO. È un non lottare. Un arrendersi. Ho perso così tante volte che a un certo punto perdere non mi faceva nemmeno più sentire sconfitta. Semplicemente NON AVEVO NIENTE DI DAVVERO IMPORTANTE da dire. Sono tutte stronzate. Io ho una marea, una valanga, un tornado di cose da dire. Immagini efficaci, tematiche sofferte. Ho sorrisi a denti stretti, ho sarcasmo, ho rabbia, ho urla da raccontare. Ho un cuore pulsante ripieno di parole che ancora non conosco, non uso ma che posso imparare a fare. Ho una inossidabile forza evocativa. Graffiante, macabra, putrescente. Ho un amore spietato per le contrapposizioni, i contrasti, per la sorpresa che ti distrae e poi ti assale. Ho un talento innaturale per farcire  significanti vuoti e sgonfi e donare loro nuovi sapori.

Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte a una quindicina di sconosciuti e ho parlato della mia “poetica” senza sapere di averne mai avuta una.

Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte a una quindicina di sconosciuti e ho letto 3 delle mie “poesie”. Ed erano belle. Belle come mai mi erano sembrate belle.

Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte ad una quindicina di sconosciuti e quando sono scesa ero furente. Invasa da una rabbia cieca e disperata. Ho una sacca piena di frecce inutilizzate.

Siamo a Settembre, piove, ho stirato per 3 ore intere, mi fanno male le ginocchia, ho acceso il computer e la pagina bianca mi ha subito fissata. Con astio. Mia madre da bambina mi diceva: “L’unica persona che ti può fermare sei tu”. Una rabbia cieca e disperata. Faccia a faccia. Io con io. Stefy con Stefy. E ho vinto. Senza pretese, senza necessariamente essere la migliore, senza stupidi indugi. Oggi ho vinto. E ho in mente di farlo ancora. Ogni singola e fottuta volta.

ORRENDO.


Ti ho tenuto per mano tutto il giorno. Ho riso alle tue battute. Ho accarezzato i tuoi capelli. Baciato le tue labbra. E ora in questo letto gelido, se allungo uno dei miei piedi numero 42 non ti sento. Mi hai sempre preso in giro per i miei piedi. Mi dici sempre che sono da femminuccia, troppo piccoli per un nerboruto uomo come me. Nerboruto? Quante persone quando parlano dicono “nerboruto”? Lo pensavo ogni volta, sai? Spesso quando la tua voce isterica urlava rabbia, dolore e recriminazione durante una delle nostre litigate pensavo che pochi usavano i termini che tu mi lanciavi addosso come le stelline dei ninja in tv. Perdevi il controllo così spesso che ormai riconoscevo i segni del livore sul tuo viso. Le borse degli occhi verdognole, il labbro superiore accartocciato. La tua pelle diventava bianca e gelida. La voce strozzata.

Mi alzo e mi faccio qualcosa di caldo, ne vuoi?
Lo domando all’aria perché non sono ancora diventato matto, lo so che non sei qui ora, so che sei lontana. Lo domando lo stesso per vedere che effetto mi fa. Voglio capire fino a che punto posso portare il vuoto della tua assenza. Capire quando incomincerò a sanguinare. Voglio trovare il punto esatto del limite del dolore.

Sono un cretino?
È questo che pensi?
Credi che sia facile per me?
Credi che sia facile pensare a domani, a un domani qualunque. Un domani con un lavoro sicuro, con una casa arredata Ikea, un frigo con i tuoi schifosissimi jogurt scaduti, una doccia con decine delle tue lamette per le tue tozze gambe pelose. Ecco perché devo trovare il punto, il limite, il valico oltre cui non posso andare. Per il domani. Per fare quella miriade di cose che fanno tutti e che non sanno di niente.  Come quando cucino. Quante volte ti lamentavi per la pasta insipida, l’arrosto acquoso, la torta molliccia. Tutto quello che fai è senza colore, senza odore, senza sapore. Dicevi annoiata. Tutto. Ripetevi maliziosa. Poi mi guardavi con quello sguardo cattivo. Ti odiavo quando lo facevi. Di quell’odio viscerale che ti sale lungo l’esofago e ti lascia il rancido in bocca. La bocca era la tua parte migliore dolce e vellutata come la passata di pomodoro fresca di tua madre. Aspra e pungente come il succo di limone che ogni tanto passavi sui denti del cane perché dicevi che sbiancava.

Il tuo sadismo era proverbiale. Ti accanivi contro chiunque ti avesse ferita. Non importava quando e dove era successo, nemmeno gli anni passati, il perdono non era cosa per te. Tuo padre, il tuo insegnate di chimica, la vicina di banco, il primo fidanzato, il figlio del nostro vicino di casa. Ricordo quando gli lanciasti addosso le uova che suo padre ti aveva appena regalato. 3 uova 3 centri.

Non c’è niente da ridere!
Possibile che ancora oggi non senti un briciolo di vergogna per quella scena?
Sei una vera stronza!

Eccolo. Il punto di non ritorno. Il ricordo del tuo carattere troppo forte e troppo massacrato dalla vita mi ha fatto andare oltre il limite. Sono solo in questa tua maledetta casa. Solo. In mezzo a questa nostra stanza da letto. Mi cedono le gambe. E mi ritrovo in ginocchio. Accovacciato contro un pavimento gelido, spezzato dai singhiozzi e disidratato dalle lacrime.

Non sono abbastanza forte per questo, Strega.
Non sono abbastanza, uomo, abbastanza virile, abbastanza nerboruto.
Non sono abbastanza a me stesso.
Non ho la forza, non la rabbia e non ho le unghie da infilare nella merda per rialzarmi come dicevi di avere tu. Mi hai lasciato qui con la presunzione di poterlo fare, con l’arroganza di chi crede di conoscere tutto di chi gli sta davanti.

Senza di te, dunque solo.

Il sole del mattino ti ha sempre infastidito. È inopportuno. Entra nella casa della gente da ogni minima fessura, senza chiedere il permesso. Ora mi avvolge la faccia congelata da una notte passata guancia a guancia con il pavimento. Ho dei piccoli fiumi di sale nei solchi delle mie lacrime notturne. Mi alzo. Scuoto la testa per riportare il cervello nella posizione originaria. Mi lavo di corsa e mi arrangio con jeans e una maglietta nera.

Orrenda, dicevi tu.
Scendo le scale piano. Tua madre, invecchiata di duecento anni mi accarezza con un mezzo sorriso. Mi avvicino alla cassa di legno scuro che nel delirio di ieri mi hanno costretto a scegliere.
Orrenda, lo so, non dirmelo.
Guardo l’abito che ti hanno messo per affrontare l’eternità: orrendo.
Ogni cosa è orrenda in questa stanza.
Il tuo corpo freddo, la disperazione di tua madre, la sicurezza di tuo padre, le lacrime delle tue amiche. Tutto è orrendo.
Lo so, lo avresti detto così tante volte che alla fine ti avrei intimato di chiudere la bocca.

Mi si avvicina il prete:
“Che lettura desidera per la celebrazione funebre?”.
Lo guardo.
“Ne scelga una lei, purché sia orrenda”.
Lui annuisce turbato. Gli stringo la mano e raggiungo tua madre. Le siedo accanto.

“Qui è tutto orrendo, signora” le sussurro.
“Già” dice lei “Ed è solo l’inizio”

Sapore.


L’amore non ti lascia, non tutto a un tratto.
Ritorna insinuandosi dentro di te,
facendoti pensare che ci può essere un altro modo,
che ci può ancora essere un altro modo,
e tu devi costringerti a ricordare tutte le ragioni
per cui probabilmente un altro modo non c’è.

Festa Di Divorzio, L. Dave

Vomitare. L’unica cosa a cui Erika pensa da giorni è vomitare. Cammina, fa la spesa, studia, parla, ride, gioca, mangia, esce, beve, corre. Vomitare. È un pensiero ossessivo che la insegue, la affianca, la divora. Vomitare. Vomitare tutto. Tutto il vuoto. Ma come si vomita un vuoto? Come si vomita una mancanza? Un’assenza? Come si vomitano le domande, le insicurezze, i dubbi, le lesioni, le ferite?


Barba rossa. L’unica immagine a cui Erika pensa da giorni è una barba rossiccia. Cammina, fa la spesa, studia, parla, ride, gioca, mangia, esce, beve, corre. Solo barba. Solo una lanugine scarlatta che non le da tregua. Si sveglia ansimando con la gola graffiata da oniriche masse di peluria vermiglia. È una visione di cui non riesce a liberarsi. Non vuole. Non riesce. Non può. Non riesce. Che differenza fa?


Vomitare e barba rossa sono le sole concessioni di Erika. Le uniche due. Tutto il resto. Tutte le necessità, i desideri, le passioni, le volontà. Tutto il resto è stato accantonato.
Tasto destro.
Elimina.
Sei sicuro di voler spostare TUTTO IL RESTO nel cestino?
Si.
Si, si, si.
Erika è sicura. Ma il sistema ha una falla. Ogni tanto, quando meno se lo aspetta, ripristina ogni dettaglio. E allora tutto il resto travolge Erika. La spezza. Letteralmente.
Come ora. Sotto la doccia. Il getto le innaffia la pelle con una certa violenza. L’acqua le cola dai lunghi fili biondi delle ciocche di capelli. Le labbra strette tra un incisivo e un canino tagliente. Da una minuscola escoriazione tra i denti esce un invisibile rigagnolo cremisi. Le mani appoggiate alle piastrelle. La destra, più in alto, stringe una spugna schiumosa. I muscoli del braccio contratti. La sinistra affonda le dita nella piastrella celeste. Il coccio ha già spezzato un paio di unghie. Lentamente, Erika respira. Sono respiri oscuri, lenti, simili ad una fumata di denso antracite. Erika svuota i polmoni con metodo. Ricerca la calma perduta. Le lacrime non scorrono, colano. Come lava. Erika apre leggermente la bocca. Avverte una scossa di dolore provenire dal labbro reciso. Allunga un poco la lingua verso l’esterno. Il primo sapore è quello del sangue. Poi quello dolciastro dell’acqua della doccia. Finalmente le arriva un gusto salato e amaro che riconosce. Che le appartiene. Infine il disgustoso sapore fruttato dello shampoo da poco prezzo.
Erika piange solo sotto la doccia. Ritiene che dovrebbe essere l’unico vero luogo dove il pianto possa considerarsi consentito. L’acqua che ritrova l’acqua. L’acqua che abbandona il corpo per ritrovare, in un ciclo infinito di acque, altri corpi. Se è vero che la materia non si crea e non si distrugge, allora le sue lacrime troveranno un modo per ritornare ad essere lacrime di qualcun altro. In un sequela infinita di mescolanze. Come “polvere eri e polvere ritornerai”. Ma meno mistico. Erika vorrebbe che le sue lacrime si trasformino velocemente fino ad impregnare, presto, prestissimo, la barba rossa che la perseguita.
No.
I pensieri arrivano tutti insieme. Un fiume. Un uragano, un terremoto. La mano sinistra corre al petto di Erika. Le unghie spezzate graffiano la pelle. Il tentativo, vano, è quello di richiudere il cestino. Di impedire il ripristino di tutto il resto. Ma Erika ha già perso. Ansima, trema. L’acqua è bollente ma lei sente solo freddo. Un freddo che viene da dentro. Un freddo da cui non puoi scappare.
Un freddo dalla barba rossa e occhi verdi con leggere striature grigie. Un freddo che ha l’odore del Jack Daniel. Un freddo che conosce e disconosce. Erika si accascia a terra. Il getto dell’acqua che le colpisce la nuca. La testa tra le ginocchia. La lacrime ovunque.

Non è giusto, pensa Erika. Non è assolutamente giusto. Tutto il resto la inonda. L’affoga. E poi quel pensiero: vomitare. Solo vomitare. Fuori. Ogni cosa. I singhiozzi la sbaragliano improvvisi. Non c’è più contegno nel suo corpo. Piange, sussulta, trema. Due settimane. Sono passate solo due maledette settimane. Sono stata brava, pensa. È la prima volta che si lascia davvero andare. Fino ad ora si limitava a chiudersi in mansarda. Si accoccolava sul divano in velluto beige, apriva un birra gelata e scriveva terribili ballate all’americana in cui con un inglese stropicciato narrava di occhi verdi sweet as honey che improvvisamente divenivano hard as stone, trasformando i blues skies di una giovane girl in terribili blacks holes.
Un tragedia.
Ma Erika pensa davvero di essere stata brava. Nessuna scenata, nessuna crisi. Fino alla fottuta doccia. Tutto era scoppiato. Tutto il vomitare. Tutto. Tutto il resto. Anche quella domanda. Quella che nessuno dovrebbe mai porsi.
Perché.
Lui.
Non.
Mi.
Vuole.
Le mani le corrono alle tempie. Erika stringe la testa. Singhiozza. Urla. Poi sussurra. Parole stentante. Abbozzate. Esci dalla mia testa. Esci. Ti prego. Lasciami stare. La barba rossiccia che le intasa il cervello. Erika biascica. Non una litania, non una preghiera, non un desiderio. Una supplica. Esci dalla mia testa.

Erika non ci crede. Non può credere. Le persone non sono cattive. Le persone non possono essere cattive. Lui non doveva essere cattivo. Non poteva. Ne era sicura. Forse Erika ha avuto qualche dubbio. Forse qualche vago senso di allarme è arrivato. Forse. La gente non è cattiva. Non può essere cattiva. Eppure. Le domande le salgono alla gola. Alla testa. Nelle mani. Nelle gambe.
Erika si sente sguarnita. Senza armi. Senza niente per difendersi. Senza niente per guarire. Solo il tempo. Il maledetto, fottuto, gravoso, tempo. Lo sa. Il tempo è il suo dono. Lasciare che scorra. Lasciare che le giornate le si infilino addosso come orrendi fuseaux. Anche con loro il tempo è stato clemente. Ora sono tornati. Più orrendi e scomodi che mai. Ma è bastato un leggings per riscattarli. Lasciare che il tempo metta anche a lei una nuova etichetta. Una nuova faccia. Lasciare che questi nuovi blacks holes divengano solo vaghe sfumature biancastre sulla pelle.

Appoggia la testa alle piastrelle. L’acqua le scorre sul viso. Sul seno. La pancia, l’inguine, le cosce. Erika si sente persa. E sola. Terribilmente sola. E tradita. Terribilmente tradita. E arrabbiata. Terribilmente arrabbiata.

Il corpo ha smesso di sussultare. Le scosse elettriche non attraversano più la sua schiena nuda. Ogni tanto singhiozza ma è solo una conseguenza del respiro che piano torna normale. Apre gli occhi. L’acqua le inonda le iridi. Li chiude di colpo. Una nuova ondata di frustrazione le copre le guance. Si sente spossata. Erika è spossata. Si morde il labbro. Stesso incisivo. Stesso canino tagliente. Stessa ferita. Com’era quella stupida canzoncina? Quella che cantava la mamma quando una Erika più piccola si lasciava prendere da un eccesso di lacrimazione. “Piangono tutte le mamme, le figlie, le spose, i bambini noiosi, piangi anche tu”. Erika si incazzava. Si sentiva presa per il culo. La faceva sentire stupida. Eppure “Piangono tutte le mamme, le figlie, le spose, i bambini noiosi, piangi anche tu”. Le scappa un ghigno. Poi un mezzo sorriso. Un risatina a denti stretti. Già. Piango anche io. Piangevo. Ma ora non piango più. Erika lo sa.
Non piange più.

Pianura padana: Terra che Sconfina. Reportage di viaggio.


Camminare a Milano. D’inverno. Con la sciarpa fino al naso e il cappotto cucito sulla pelle. Con la lana del cappello che ti prude la fronte e l’impossibilità di grattarsi per le dita avvolte nei guanti. Camminare nella nebbia. Camminare in una città chiassosa e dannatamente veloce. Camminare e sentire l’odore del TakeAway tunisino, della rosticceria pugliese, della verdure marcire a terra dove il giorno prima c’è stato il mercato. Camminare e imbattersi nel uomo con l’auricolare bluetooth, nella signora con il rossetto rosa cicca, nello studente, nel barbone. Camminare e scambiare i luoghi, entrare in un bar, ammirare il Duomo, attraversare Corso Buenos Aires, perdere un autobus, salire in metro, cercare una libreria. Camminare e perdersi in un labirinto di vie, di insegne, di riferimenti, di tram numerati, perdersi e svoltare un angolo dove un banchetto di dolci siciliani a 2 euro ti vende un cannolo che ha il sapore della tranquillità per ritrovarti. Camminare e lasciare che la pelle delle guance sia punta dai mille spilli del gelo invernale. Camminare e sapere che gli occhi arrossati, il freddo nelle falangi, la confusione dei passaggi, le migliaia di volti, sono in qualche modo, poesia.

Essere in ritardo, perché la frenesia padana ti ha cresciuto e ora ti possiede come un amante esperto e virile. Saltare in macchina, fare quel tragitto che fai ogni giorno. Molti passano. Altri, pochi altri, nonostante la fretta che la terra ci ha insegnato, guardano. Guardano la primavera. E nella casa a fianco alla nostra appaiono piante piene di minuscoli petali bianchi. Le sciarpe e i cappotti spariscono. Il Bigio corre come una saetta nelle margherite e nelle viole. Il sole scalda le nostre mani. Il vento fa il solletico alle piante. Il cielo si riapre al turchese. E anche qui c’è la poesia. Anzi c’è già stata. Manzoni, I Promessi Sposi. “Quel cielo di Lombardia, così bello quando e' bello, così splendido, così in pace".

Sono nata dove la terra non ha il profumo dell’ebano ma del catrame, di gomma bruciata, di smog e di ossa tritate dallo stabilimento di smaltimento carogne che opera e lucra nei dintorni della zona. Sono nata nel centro nevralgico dell’economia italiana. Nella terra della ricchezza. O almeno così dicono gli economisti. Sono nata nel Nord Italia. In Lombardia. In un paese di quasi 8.000 anime a 20 km da Milano, 60 da Cremona, 40 da Bergamo e Brescia. Sono nata in aperta Pianura Padana. Già, Pianura Padana. Il solo evocarne il nome fa subito pensare ad un uomo in completo grigio o nero, cravatta in tinta, camicia bianca, cappello classico rigorosamente nero, ombrello ancora nero e in alluminio nella mano sinistra e ventiquattrore sorprendentemente nera in quella destra. Il tutto avvolto in una cortina di fumosa nebbia impenetrabile. Uno scenario da film noir anni trenta. Un luogo comune. In pianura padana non siamo tutti becchini o killer di professione. Nemmeno loro, i padani, sono davvero tutti così.

Loro. Perché in Pianura Padana ci sono i Padani e ci siamo NOI. Che siamo i figli della terra. Di tutta la terra. Il problema è che i Padani sono di più e sono anche “ben” rappresentati nelle istituzioni. Concedetemi le virgolette. Un movimento politico che asserisce di essere il rappresentante di tutta la Pianura Padana basando la propria ideologia su semplicistici stilemi e assorbendo simboli e miti appartenenti ad un passato di popoli diversi decontestualizzati e stravolti nel significato, non si può certo definire un bene. Non tanto per i "veri" Padani ma per noi che siamo, lo ripeto, figli della terra. Di tutta la terra, quindi anche di questa.

È vero. La puzza di smog, il grigiore delle polveri sottili, il rumore del traffico, il rigetto del pensiero e della cultura, le necessità del guadagno, il bisogno di essere sempre “in carriera” a volte ti snervano al punto da desiderare di correre a perdifiato come Forrest Gump. A volte in mezzo a uno dei tanti paesi chiusi e bigotti viene spontaneo fermare il passo di fronte ad una via sapientemente restaurata e dotata di allegra fontana su allegra rotonda. E diviene necessario chiudere gli occhi e richiamare a sé con tutta la nostra forza evocativa il profumo della pelle del mare o il chiassoso sibilo del vento. A volte l’inverno è troppo lungo e così freddo da rimanere nelle ossa  e nei sorrisi delle persone per anni. E allora ti viene voglia di scappare in quella casa ligure dove ogni pietra sembra sanguinare il racconto di ogni tua radice.
A volte.
Altre volte basta stringersi nel piumino, accelerare il passo, svoltare un angolo e ci si ritrova di fronte ad un castello medioevale, ad una casa semi diroccata, a vecchie mura, a un vecchio cascinale con la scritta “La Bottega Artigiana”, dipinta a mano, un indefinito numero di anni prima. Non sono grandi monumenti, opere d’arte o luoghi storici. Sono solo il simbolo di un passato che fu. Di un passato nostro. Dei figli della terra.

La Pianura Padana, Milano, la Lombardia, la nostra terra, la mia terra è meravigliosa. Ve lo giuro. Per chi la sa guardare, ascoltare, assaggiare e coccolare. Anche se il mare è lontano e i profumi del vento latitanti da tempo, in Pianura Padana esistono i colori. Moltissimi colori. Esistono sapori e odori. Esiste la magia e la poesia di ogni terra. Esistono miliardi di sfumature.
La sfida non è crederci. La sfida è saperle trovare.

Sono nata in questa terra. Sono cresciuta in questa terra. Sono diventata una persona in questa terra. Eppure non sono Padana. Sono una figlia della terra.
Tra i moltissimi frutti di questa terra tutti uguali e con lo stesso sapore, ci siamo noi, figli della terra. Siamo frutti diversi. Con dimensioni diverse, con polpa diversa, succhi diversi, gusti diversi, sapori diversi. Siamo figli della terra perché sappiamo nutrirci in ogni luogo che visitiamo. Sappiamo mischiare ogni terreno con il nostro sangue. Siamo figli della terra perché sappiamo cercare la magia in ogni granello di polvere che ci sfiora. Siamo figli della terra, di tutta la terra, perché sappiamo riconoscere la poesia in ogni altro frutto della terra. Siamo figli della terra e lo saremo sempre, anche quando non vorremo esserlo più. Perché le nostre radici rimarranno nella terra anche dopo che i nostri frutti saranno diventati marci. E saranno nutrimento per nuovi figli della terra.

Bilancio consuntivo.



Sono le scelte che facciamo
che dimostrano quel che siamo veramente,
molto più delle nostre capacità.

Albus Silente.
Caro diario,

Fine dell’anno. Tempo di bilanci.
Solitamente l’anno lo chiudo in attivo, le cose che porto nel successivo sono sempre maggiori di quelle che lascio alle mie spalle … ma quest’anno è diverso. Questa’anno è in passivo!
Questo è stato un anno all’insegna dell’ATTACK! Eh si! Ci sono state situazioni paradossali che hanno portato all’uso massiccio di colla quale unico mezzo di sopravvivenza …

In particolare sono passati numerosi “uragani” … persone che passando distrattamente o meno hanno distrutto tutto quanto era stato costruito con pazienza, energia, tempo e fatica … non parlo di rapporti, o almeno non solo, parlo di situazioni, di circostanze, di legami, di pezzi di vita … distrutti.

Ma la cosa più sorprendente di quest’anno è stata che dopo il passaggio dei distruttori c’è stato il momento dell’attack … di persone che con pazienza hanno preso tutti i pezzi rimasti, li hanno vagliati, controllati, esaminati, uno ad uno, poi hanno deciso cosa tenere e ricostruire con l’uso dell’attack e cosa invece scartare e buttare … senza preoccuparsi troppo di dove smaltire questi “rifiuti” ma lasciandoli lì a deperire da soli con il tempo. 
Quindi anno di distruzione e ricostruzione … ma non uguale a prima, diversa e nuova …
Quindi anno di cambiamento e il cambiamento, si sa, insegna … e io ho imparato, cazzo se ho imparato, ho imparato più di quanto avrei voluto …

Ho imparato che le scelte, tutte le scelte, si pagano. O prima, o dopo, o durante … ma si pagano. E i pagamenti vanno messi in conto …

Se scegli di amare metti in conto di poter essere felice ma anche di soffrire, di ridere e di piangere, di lottare e di raccogliere … se scegli di odiare metti in conto la rabbia … se scegli di tradire sai che avrai la colpa a perseguitarti … se scegli di sbagliare sai che ti farai male … se scegli da che parte stare sai che dovrai difenderti … se scegli una strada sai che dovrai seguirla … e così via … ogni scelta preclude delle conseguenze … siano esse attese, inaspettate, dolorose o felici … ma le conseguenze che metti in conto e che decidi di affrontare sono fondamentali perché fanno di te ciò che sei davvero …

Ma la lezione più grande che ho avuto da questo anno così faticoso è che il contrario di amore non è odio, rabbia o dolore … il contrario di Amore è Delusione … perché la delusione porta indifferenza … porta paura … e si può perdonare, si può scherzare, si può ridere, si può continuare a stare accanto a chi ti ha deluso ma non si può dimenticare … come non puoi dimenticare il nome di chi hai amato, non puoi dimenticare il nome di chi ti ha deluso … perché possono passare il dolore, la rabbia, la stanchezza o l’amarezza ma non puoi cancellare la paura …

E allora in questo nuovo anno che arriva porto la sottoscritta così com’è adesso. Con tutta la paccottiglia di delusioni, paure, ricordi, rabbia, amore, musica, sogni, progetti, passioni e scelte …

Il resto è solo un cumulo di polvere sulle mie spalle … basta una scrollata e resta nel passato.

Con affetto.
S.
                                                                                        2007

Ping Pong. Bang!


Gio guardava fisso il cellulare appoggiato al davanzale della finestra del quinto piano dell’istituto tecnico che frequentava ormai da sei anni. Era un Nokia 3330. Uno di quei modelli indistruttibili che sopravvivono a qualunque vessazione. E lui quel maledetto arnese lo aveva vessato parecchio. Ogni volta che s’innervosiva, per esempio, gettava quell’aggeggio contro il primo muro disponibile. Ora aveva un’idea geniale in testa. Appoggiò il dito sullo schermo del telefonino e pensò a tutto quello che aveva dovuto sopportare. Il cellulare, non Gio. Gio, in effetti, non si ricordava nemmeno tutto quello che aveva dovuto sopportare. Lui, non il cellulare. Fu in quel momento che con un leggero movimento del dito spostò il baricentro del cellulare posato sul davanzale. L’apparecchio cadde lungo i cinque piani e andò ad aprirsi in due parti perfette sull’asfalto appena rinnovato del parcheggio scolastico. Gio lo seguì. Fisicamente. La sua testa non si aprì in due parti perfette ma lasciò una vistosa macchia di sangue rosso scuro sull’asfalto appena rinnovato del parcheggio scolastico.
Anna aveva 17 anni e un sorriso da brivido. I capelli lunghi e biondi le cascavano sulle spalle come fili tessuti dal migliore dei ragni. La pelle era intatta e liscia. I denti ingialliti dalle sigarette che inceneriva in tempi record durante l’intervallo che anche oggi passava in compagnia delle fedeli amichette pronte ad assecondare ogni sua volontà. L’argomento del giorno era la scritta sul muro bianco della palazzina di fronte all’entrata dell’istituto. “Anna, io e te 3 metri sopra il cielo”. Anna? Era per lei. L’aveva fatta Paolo. L’ultimo cuore che aveva distrattamente infranto. Anna fumava e parlava. Sbatteva i capelli e qualche volta alzava uno sguardo contrito verso il cielo. Si stupì quando un cellulare precipitò da una finestra del quinto piano. Alzò un sopracciglio, staccò la sigaretta dalle labbra e spalancò gli occhi ed emise un grido di orrore quando  anche un corpo scomposto precipitò da finestra del quinto piano.
La professoressa Antonella Minani posò il plico di temi sul tavolo. Afferrò la penna rossa, emise un forte sospiro annoiato e si arrese all’evidenza di doverli correggere. iniziò da quello di Paolo. Era un ottimo studente. Ultimamente però sembrava un po’ distratto. Probabilmente aveva preso una cotta per qualche ragazzina. La professoressa Antonella Minani aveva abbastanza esperienza da saper riconoscere i sintomi di una cotta. Disattenzione. Mp3 fisso nelle orecchie. Enormi sospiri. Occhi velati di lacrime. “Saggio Breve: il bullismo scolastico”. Lesse qualche riga e si rese subito conto che quello più che un tema sembrava essere una disperata lettera d’amore per una certa Anna. In quel momento un terribile grido entrò dalla finestra. La professoressa corse alla finestra. Vide una chiazza di sangue. Dalla mano cadde la penna rossa.
Il guinzaglio strattonava il cane con fare molesto e frettoloso. La bestia annusava il palo da almeno dieci minuti. Stufo delle veementi sollecitazioni aveva alzato una gamba e lasciato qualche goccia di un suo paglierino passaggio. All’altra estremità del filo stava una mano incartapecorita. Più su l’espressione accigliata del signor Minani convinse il giovane bassotto a dirigersi verso la scuola. Si fermarono di fronte all’entrata. Scrutando tra le finestre e tra i ragazzi fuori per l’intervallo, il vecchio cercava il volto della figlia Antonella. In tutto quel cercare lo sguardo gli si sgranò all’improvviso. Una persona era appena scivolata dalla finestra del quinto piano. Dopo il tonfo anche il cane emise un lungo latrato spaventato.
In auto Chiara pensava solo che Luca fosse il più grande coglione che avesse conosciuto. E lei lo aveva pure sposato. In auto Luca pensava che Chiara fosse la donna più stronza con la quale avesse mai avuto a che fare. E lui l’aveva pure sposata. Fermi al semaforo pensavano e si odiavano. Il muro alla loro sinistra dichiarava “Anna, io e te 3 metri sopra il cielo”. Un cane abbaiò alla loro destra. Voltandosi videro un crocchio di ragazzi dirigersi verso una zona imprecisabile dell’atrio esterno dell’istituto. Luca riconobbe la scuola in cui una settimana prima aveva lavorato per il rinnovo dell’asfalto del parcheggio scolastico.
… … …