Ti ho
tenuto per mano tutto il giorno. Ho riso alle tue battute. Ho accarezzato i
tuoi capelli. Baciato le tue labbra. E ora in questo letto gelido, se allungo
uno dei miei piedi numero 42 non ti sento. Mi hai sempre preso in giro per i
miei piedi. Mi dici sempre che sono da femminuccia, troppo piccoli per un
nerboruto uomo come me. Nerboruto? Quante persone quando parlano dicono
“nerboruto”? Lo pensavo ogni volta, sai? Spesso quando la tua voce isterica
urlava rabbia, dolore e recriminazione durante una delle nostre litigate
pensavo che pochi usavano i termini che tu mi lanciavi addosso come le stelline
dei ninja in tv. Perdevi il controllo così spesso che ormai riconoscevo i segni
del livore sul tuo viso. Le borse degli occhi verdognole, il labbro superiore
accartocciato. La tua pelle diventava bianca e gelida. La voce strozzata.
Mi
alzo e mi faccio qualcosa di caldo, ne vuoi?
Lo
domando all’aria perché non sono ancora diventato matto, lo so che non sei qui
ora, so che sei lontana. Lo domando lo stesso per vedere che effetto mi fa.
Voglio capire fino a che punto posso portare il vuoto della tua assenza. Capire
quando incomincerò a sanguinare. Voglio trovare il punto esatto del limite del
dolore.
Sono
un cretino?
È
questo che pensi?
Credi
che sia facile per me?
Credi
che sia facile pensare a domani, a un domani qualunque. Un domani con un lavoro
sicuro, con una casa arredata Ikea, un frigo con i tuoi schifosissimi jogurt
scaduti, una doccia con decine delle tue lamette per le tue tozze gambe pelose.
Ecco perché devo trovare il punto, il limite, il valico oltre cui non posso
andare. Per il domani. Per fare quella miriade di cose che fanno tutti e che
non sanno di niente. Come quando cucino.
Quante volte ti lamentavi per la pasta insipida, l’arrosto acquoso, la torta
molliccia. Tutto quello che fai è senza colore, senza odore, senza sapore.
Dicevi annoiata. Tutto. Ripetevi maliziosa. Poi mi guardavi con quello sguardo
cattivo. Ti odiavo quando lo facevi. Di quell’odio viscerale che ti sale lungo
l’esofago e ti lascia il rancido in bocca. La bocca era la tua parte migliore
dolce e vellutata come la passata di pomodoro fresca di tua madre. Aspra e
pungente come il succo di limone che ogni tanto passavi sui denti del cane
perché dicevi che sbiancava.
Il
tuo sadismo era proverbiale. Ti accanivi contro chiunque ti avesse ferita. Non
importava quando e dove era successo, nemmeno gli anni passati, il perdono non
era cosa per te. Tuo padre, il tuo insegnate di chimica, la vicina di banco, il
primo fidanzato, il figlio del nostro vicino di casa. Ricordo quando gli
lanciasti addosso le uova che suo padre ti aveva appena regalato. 3 uova 3
centri.
Non
c’è niente da ridere!
Possibile
che ancora oggi non senti un briciolo di vergogna per quella scena?
Sei
una vera stronza!
Eccolo.
Il punto di non ritorno. Il ricordo del tuo carattere troppo forte e troppo
massacrato dalla vita mi ha fatto andare oltre il limite. Sono solo in questa
tua maledetta casa. Solo. In mezzo a questa nostra stanza da letto. Mi cedono
le gambe. E mi ritrovo in ginocchio. Accovacciato contro un pavimento gelido,
spezzato dai singhiozzi e disidratato dalle lacrime.
Non
sono abbastanza forte per questo, Strega.
Non
sono abbastanza, uomo, abbastanza virile, abbastanza nerboruto.
Non
sono abbastanza a me stesso.
Non
ho la forza, non la rabbia e non ho le unghie da infilare nella merda per
rialzarmi come dicevi di avere tu. Mi hai lasciato qui con la presunzione di
poterlo fare, con l’arroganza di chi crede di conoscere tutto di chi gli sta davanti.
Senza
di te, dunque solo.
Il
sole del mattino ti ha sempre infastidito. È inopportuno. Entra nella casa
della gente da ogni minima fessura, senza chiedere il permesso. Ora mi avvolge
la faccia congelata da una notte passata guancia a guancia con il pavimento. Ho
dei piccoli fiumi di sale nei solchi delle mie lacrime notturne. Mi alzo.
Scuoto la testa per riportare il cervello nella posizione originaria. Mi lavo
di corsa e mi arrangio con jeans e una maglietta nera.
Orrenda,
dicevi tu.
Scendo
le scale piano. Tua madre, invecchiata di duecento anni mi accarezza con un
mezzo sorriso. Mi avvicino alla cassa di legno scuro che nel delirio di ieri mi
hanno costretto a scegliere.
Orrenda,
lo so, non dirmelo.
Guardo
l’abito che ti hanno messo per affrontare l’eternità: orrendo.
Ogni
cosa è orrenda in questa stanza.
Il
tuo corpo freddo, la disperazione di tua madre, la sicurezza di tuo padre, le
lacrime delle tue amiche. Tutto è orrendo.
Lo
so, lo avresti detto così tante volte che alla fine ti avrei intimato di
chiudere la bocca.
Mi
si avvicina il prete:
“Che
lettura desidera per la celebrazione funebre?”.
Lo
guardo.
“Ne
scelga una lei, purché sia orrenda”.
Lui
annuisce turbato. Gli stringo la mano e raggiungo tua madre. Le siedo accanto.
“Qui
è tutto orrendo, signora” le sussurro.
“Già”
dice lei “Ed è solo l’inizio”
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