domenica 30 settembre 2012

ORRENDO.


Ti ho tenuto per mano tutto il giorno. Ho riso alle tue battute. Ho accarezzato i tuoi capelli. Baciato le tue labbra. E ora in questo letto gelido, se allungo uno dei miei piedi numero 42 non ti sento. Mi hai sempre preso in giro per i miei piedi. Mi dici sempre che sono da femminuccia, troppo piccoli per un nerboruto uomo come me. Nerboruto? Quante persone quando parlano dicono “nerboruto”? Lo pensavo ogni volta, sai? Spesso quando la tua voce isterica urlava rabbia, dolore e recriminazione durante una delle nostre litigate pensavo che pochi usavano i termini che tu mi lanciavi addosso come le stelline dei ninja in tv. Perdevi il controllo così spesso che ormai riconoscevo i segni del livore sul tuo viso. Le borse degli occhi verdognole, il labbro superiore accartocciato. La tua pelle diventava bianca e gelida. La voce strozzata.

Mi alzo e mi faccio qualcosa di caldo, ne vuoi?
Lo domando all’aria perché non sono ancora diventato matto, lo so che non sei qui ora, so che sei lontana. Lo domando lo stesso per vedere che effetto mi fa. Voglio capire fino a che punto posso portare il vuoto della tua assenza. Capire quando incomincerò a sanguinare. Voglio trovare il punto esatto del limite del dolore.

Sono un cretino?
È questo che pensi?
Credi che sia facile per me?
Credi che sia facile pensare a domani, a un domani qualunque. Un domani con un lavoro sicuro, con una casa arredata Ikea, un frigo con i tuoi schifosissimi jogurt scaduti, una doccia con decine delle tue lamette per le tue tozze gambe pelose. Ecco perché devo trovare il punto, il limite, il valico oltre cui non posso andare. Per il domani. Per fare quella miriade di cose che fanno tutti e che non sanno di niente.  Come quando cucino. Quante volte ti lamentavi per la pasta insipida, l’arrosto acquoso, la torta molliccia. Tutto quello che fai è senza colore, senza odore, senza sapore. Dicevi annoiata. Tutto. Ripetevi maliziosa. Poi mi guardavi con quello sguardo cattivo. Ti odiavo quando lo facevi. Di quell’odio viscerale che ti sale lungo l’esofago e ti lascia il rancido in bocca. La bocca era la tua parte migliore dolce e vellutata come la passata di pomodoro fresca di tua madre. Aspra e pungente come il succo di limone che ogni tanto passavi sui denti del cane perché dicevi che sbiancava.

Il tuo sadismo era proverbiale. Ti accanivi contro chiunque ti avesse ferita. Non importava quando e dove era successo, nemmeno gli anni passati, il perdono non era cosa per te. Tuo padre, il tuo insegnate di chimica, la vicina di banco, il primo fidanzato, il figlio del nostro vicino di casa. Ricordo quando gli lanciasti addosso le uova che suo padre ti aveva appena regalato. 3 uova 3 centri.

Non c’è niente da ridere!
Possibile che ancora oggi non senti un briciolo di vergogna per quella scena?
Sei una vera stronza!

Eccolo. Il punto di non ritorno. Il ricordo del tuo carattere troppo forte e troppo massacrato dalla vita mi ha fatto andare oltre il limite. Sono solo in questa tua maledetta casa. Solo. In mezzo a questa nostra stanza da letto. Mi cedono le gambe. E mi ritrovo in ginocchio. Accovacciato contro un pavimento gelido, spezzato dai singhiozzi e disidratato dalle lacrime.

Non sono abbastanza forte per questo, Strega.
Non sono abbastanza, uomo, abbastanza virile, abbastanza nerboruto.
Non sono abbastanza a me stesso.
Non ho la forza, non la rabbia e non ho le unghie da infilare nella merda per rialzarmi come dicevi di avere tu. Mi hai lasciato qui con la presunzione di poterlo fare, con l’arroganza di chi crede di conoscere tutto di chi gli sta davanti.

Senza di te, dunque solo.

Il sole del mattino ti ha sempre infastidito. È inopportuno. Entra nella casa della gente da ogni minima fessura, senza chiedere il permesso. Ora mi avvolge la faccia congelata da una notte passata guancia a guancia con il pavimento. Ho dei piccoli fiumi di sale nei solchi delle mie lacrime notturne. Mi alzo. Scuoto la testa per riportare il cervello nella posizione originaria. Mi lavo di corsa e mi arrangio con jeans e una maglietta nera.

Orrenda, dicevi tu.
Scendo le scale piano. Tua madre, invecchiata di duecento anni mi accarezza con un mezzo sorriso. Mi avvicino alla cassa di legno scuro che nel delirio di ieri mi hanno costretto a scegliere.
Orrenda, lo so, non dirmelo.
Guardo l’abito che ti hanno messo per affrontare l’eternità: orrendo.
Ogni cosa è orrenda in questa stanza.
Il tuo corpo freddo, la disperazione di tua madre, la sicurezza di tuo padre, le lacrime delle tue amiche. Tutto è orrendo.
Lo so, lo avresti detto così tante volte che alla fine ti avrei intimato di chiudere la bocca.

Mi si avvicina il prete:
“Che lettura desidera per la celebrazione funebre?”.
Lo guardo.
“Ne scelga una lei, purché sia orrenda”.
Lui annuisce turbato. Gli stringo la mano e raggiungo tua madre. Le siedo accanto.

“Qui è tutto orrendo, signora” le sussurro.
“Già” dice lei “Ed è solo l’inizio”

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