La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà.
(Enzo Biagi)
Che cos’è che ci
rende liberi?
Ve lo siete mai
chiesto? Vi siete mai chiesti che cosa vi rende davvero liberi?
La maggior parte
delle persone potrebbero rispondere elencando una serie di feticci che in
qualche modo sono divenuti il simbolo di libertà. I soldi, le belle macchine, i
viaggi, i vestiti griffati, la tranquillità sociale, il sesso, i costumi, le
abitudini. Ma quello che mi chiedo e vi chiedo è di cercare quel qualcosa che
vi rende liberi in assoluto. Una libertà che vi appartiene. Costante,
unica e immutabile. Una libertà che non trae origine da cause esterne alla
vostra stessa persona. Libero indipendentemente dal cambiamento dei fattori che
vi circondano.
Libero.
Libera.
Libero.
Libera.
Se lo chiedessi ad
un ragazzino di 15 o 16 anni probabilmente mi risponderebbe che lui è libero
perché non segue la moda e si veste come vuole, ascolta la musica impegnata e
non si assimila alla massa. Quindi a conti fatti lui è libero grazie ad un paio
di jeans usurati, qualche file mp3 nel lettore e perché non compra le scarpe
del momento. Ma è davvero abbastanza? Basta davvero un pezzo di stoffa o una
canzone di Kurt a renderci liberi?
Se lo chiedessi a un
ragazzo di 25 – 30 anni probabilmente mi direbbe che lui è un alternativo e
questo basta a renderlo libero. Un alternativo? Ma in questo delirio sociale
dove tutto è stereotipo, tutto è schema, tutto è già visto e già usato, esiste
ancora l’alternativa? O è diventata moda anche “essere alternativi”? Non è
forse uno schema anche andare contro corrente? Chi è alternativo è davvero
libero? Se hai una vecchia giacca di velluto a coste, i capelli disordinati, le
occhiaie di tre giorni, una cannetta alle labbra allora sei libero? O se non ti
trucchi, se non ti fai il taglio all’ultimo grido, se non ascolti la pop star
del momento, se non sai il gossip più succulento o il pettegolezzo del paese,
allora sei una donna libera? E staccandomi dalla parte più mondana del discorso
… basta un alternativismo intellettuale a permetterci di considerarci liberi?
Basta qualche poeta un po’ maledetto, una manciata di musicisti sconosciuti,
una sommaria conoscenza delle sette note, della storia, dell’arte, della
poesia, della psicologia a fare di noi degli esseri liberi?
Basta le conoscenze
che acquisiamo? Le esperienze che facciamo?
Bastano i muri
contro cui sbattiamo il muso a farci dire di essere liberi?
E se fosse il lavoro
a fare di noi uomini liberi? Il lavoro. Se siamo abbastanza fortunati da
trovare un lavoro che non ci alieni completamente dalla nostra esistenza allora
ci sentiamo liberi. Ma un senso di libertà trovato attraverso il lavoro non è
la peggior modalità di alienazione?
E il pensiero? Il
pensiero non è forse la maggior possibilità di espressione della nostra
libertà? Ma in questa nostra era disordinata, in cui tutto è condizionato dal
tempo televisivo, dove l’opinione pubblica giudica e condanna, dove il
buonsenso comune è solo una brutta espressione usurata dai telegiornali, dove i
condizionamenti sono bombe intelligenti che ci colpiscono sempre e ovunque,
siamo certi che il nostro pensiero sia davvero libero? Siamo certi che le
suggestioni esterne non intacchino il nostro essere? E se invece assorbissimo
tutti gli impulsi, positivi o negativi che siano, in uno stato di inconscia
arrendevolezza? E se il nostro pensiero fosse solo una volontà costate di
contrastare gli aspetti più decadenti di questa era del disordine? Abbracciamo
la causa dell’Africa provata dalla fame ma non sappiamo nulla della cultura
africana, proteggiamo gli omosessuali dall’ostinazione ecclesiastica ma ci
proponiamo come paladini difensori del diritto alla vita del feto, ci
lamentiamo dei padroni ma non scioperiamo per le vittime del lavoro. In una
Babele dalle mille contraddizioni come possiamo essere così arroganti da
credere di avere un libero pensiero?
Ma allora possiamo
trovare qualcosa che ci renda liberi?
Provate ad essere
sinceri con voi stessi.
Provate a
chiedervelo aprendo la vostra mente.
Provate a non
fermarvi alla prima risposta che vi giunge sulle labbra del cervello.
Andate oltre.
Stimolate le vostre
sinapsi.
Smantellate le
vostre condizioni.
So che alcuni di voi
penseranno al nome di qualche amico, di un amante, di un genitore, di un
conoscente, di qualcuno che ha solo sfiorato la vostra esistenza … ma basta una
libertà legata ad un persona? E se il soggetto in questione venisse meno?
Perderemmo anche la nostra libertà? È davvero libertà ciò che si usura con il
naturale passare del tempo o degli eventi?
Altri diranno che la
loro libertà è nella distanza percorsa dal punto in cui sono partiti. Quindi la
libertà è un quantitativo calcolabile in kilometri? E se nel fare quei
kilometri abbiamo perso di vista la meta? Se sbagliassimo strada? Se nella
distanza ci perdessimo? Se ci ritrovassimo al punto di partenza? Basterebbe una
sola di queste condizioni perché la nostra libertà evapori come la nebbia
estiva. E se non avessimo una meta? Libertà è davvero brancolare nel buio? Non
avere qualcosa in cui sperare, credere o qualcosa a cui arrivare, questa è
libertà?
Qualcun altro
potrebbe cercare di convincersi proponendo l’estasi di un tramonto, di un bagno
al mare, di una caduta negli abissi, della corsa di un cane, di un suggestivo
panorama montano, del vento che soffia e tante altre sensazioni paradisiache.
Quindi basta il tempo di una sensazione a renderci liberi? Basta l’attimo di un
emozione? E quanto dura? Quanto resterebbe impressa nella nostra testa? Dunque
ciò che ci rende liberi è così labile e breve da essere assimilabile allo
strofinio di un momento? Possiamo limitarci a sentirci liberi nel tempo di una
sensazione? Possiamo accontentarci di una libertà fugace e sfuggente?
Ogni volta che mi
butto nella scrittura cerco sempre di dare una risposta a chi leggerà, ma visto
che in questo caso ho solo dubbi non mi resta che arrendermi e proporre a te … Hypocrite
lecteur, mon semblable, mon frère … la mia domanda. Che cos’è che ti
rende libero?
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