Domenica, 17/02/2013
Ciao G.,
lunedì scorso nevicava. Una nevicata lunga, lenta e
copiosa. Come non ne ricordavo da un po’. L’ho osservata scendere per tutto il
giorno. Ero in ferie, le scuole erano chiuse per i due giorni di Carnevale e io
(che purtroppo ancora non faccio l’insegnante) per una strana ironia della
sorte, lavoro nella mensa scolastica, con un contratto in cui il mio orario è
definito “a calendario scolastico”. Quindi il nevoso Carnevale l’ho tenuto
d’occhio attraverso i doppi vetri della cucina e del cesso di casa mia. Era una
nevicata bella.
Sai io non sono un’amante della neve.
So che c’è a chi piace, chi la festeggia, qualcuno le parla e le sorride. Io
preferisco il vento; gelido, primaverile, estivo. Mi sento più tranquilla se
c’è una bella giornata ventosa; mi scombina i ricci, fa rotolare le foglie e
infastidisce i cappelli dei passati (di chi lo mette ancora, almeno. Come te. Tu
lo mettevi, questo me lo ricordo perfettamente). Però non sono neanche una di
quelle persone che odia la neve. Laura la detesta, inizia a brontolare alla
mattina, appena si alza. Mi intasa il cellulare con cinque o sei messaggi di
insulti e poi passa a farmi il bollettino di tutti i suoi spostamenti. Sono
qui, sono arrivata, parto ora. Lei non lo sa ma quando leggo i suoi messaggi,
io una risatina me la faccio. Chissà se te la ricordi Laura che brontola? Io
ricordo che ti divertiva stuzzicarla, prenderla in giro. Non sono in molti
quelli che possono dire con leggerezza di averlo fatto ma lei con te chiudeva
sempre un occhio. E lo chiudeva volentieri, tu lo sapevi e ci sguazzavi dentro
tronfio e felice. Ruffiano!
La neve quindi mi lascia abbastanza
indifferente; tutto quel silenzio, quell’ovatta ghiacciata che impacchetta la
natura e il bianco! Quell’insignificante bianco che farcisce ogni centimetro del
mondo. O almeno del mio angolino di mondo. Che razza di colore è il bianco? Il
rosso è un colore, il giallo, il verde, il blu, il viola, perfino il nero è un
colore! Ma il bianco? Cos’è il bianco? Tu avresti saputo rispondere a questa domanda
ma ormai è finito il tempo in cui potevo portela.
Guardavo la neve, lunedì, dalla
finestra, il lunedì del carnevale e pensavo a te. Ogni fiocco di cui seguivo la
discesa fino a terra, mi faceva pensare a te. Ti sei perso questa nevicata. Ti
sei perso perfino il Carnevale. Ti piaceva il Carnevale? Me lo sono chiesto
mentre guardavo la neve. Ho pensato che il Carnevale poteva essere una festa
adatta a te. Ma non ne sono del tutto certa, perché la verità è che non lo so.
Perché tra le moltissime cose che non ho saputo di te, c’è anche questa. Sono
queste mancanze, questi minuscoli pezzetti che mancano, che mi stritolano le
viscere. Sai cosa penso? Che non mi spetti il diritto di pensarti, mentre
nevica, perché non so se ti piaceva il Carnevale. Però di pensarti non posso
fare a meno e allora decido che il Carnevale per te è un po’ come la neve per
me, ti lascia indifferente. Tuttavia c’è almeno una cosa che so. So che non
avresti perso l’occasione per farmi uno di quei discorsi impegnati e allo
stesso tempo un po’ farlocchi sul senso della maschera. Si, ne sono certa. Ci
saremmo ritrovati al bancone di un qualunque bar; tu comodamente adagiato, io
arrampicata su quei maledetti sgabelli di legno alti come un grattacielo. Tu
con in mano un piccolo calice di un vino acido e bianco, io con la mia bella
lattina ghiacciata di estathè al limone. “Come fai a bere quella robaccia?”,
posso sentire la tua voce fumosa fare questa obbiezione. Avremmo iniziato così
e ci saremmo persi in un labirinto di altri discorsi, spingendo i nostri
ragionamenti molto oltre il limite dell’assurdo.
Ad un certo punto ti saresti
bloccato, espressione seria e sguardo scuro che attraversava il liquido
giallastro nel tuo bicchiere. Dopo qualche secondo avresti buttato lì una frase
ad effetto, un po’ da poeta maledetto, un po’ alla Rimbaud; una cosa tipo: “Che
cos’è davvero il Carnevale se non un’occasione per togliersi la maschera del
quotidiano e indossare quella di una falsa follia?”. Oh si! Non fare quella
faccia e non provare a negarlo! Avresti davvero potuto dire una cosa del
genere! E io? Beh, si, io lo ammetto. Avrei buttato gli occhi indietro,
inclinato la testa in un movimento annoiato e incamerato aria per sbuffare con
maggior convinzione. Tutte cazzate, tutti stereotipi, tutte frasi ad effetto che
non portano da nessuna parte. Ecco come avrei voluto risponderti. Come
risponderei a tutti quelli che si mettono a filosofeggiare su questioni trite e
ritrite. Ma non te l’ho mai detto, ti lasciavo continuare, assecondando il tuo
discorso con qualche “Uhm”, “Già”, “Infatti”. La disinteressata, quella era la
parte che non mancavo di recitare. Ma lo sapevi che anche se poco, ti ascoltavo
davvero. Perché in fondo mi piaceva quel tuo modo oppositivo e caustico di fare
l’analisi della società. Lo sentivo familiare, amico; in esso mi ci riconoscevo
e mi sentivo riconosciuta.
Come ho fatto a stare per quattro
anni senza i tuoi discorsi? E soprattutto, com’è che non mi sono accorta di
quanto mi mancavano? Di quanto mi mancavi tu? L’ovattato silenzio della neve,
che copriva i rimasugli di coriandoli sparsi durante la sfilata del giorno
precedente, mi ha suggerito la risposta. Sono state le maschere. Ironia della
sorte, forse? Non lo so, ma è così. Eccesso interpretativo: personaggi diversi,
sfumature portare all’eccesso, citazioni non sempre capite ma rigidamente indossate,
mantra ripetuti come litanie, troppa obbedienza autoimposta. Tutto giustificato
dalla necessità di affermarmi, di trovare il “me stessa” che mi mancava. Mi
sono cercata così tanto, ho inseguito con così tanta passione la persona che
volevo essere da non accorgermi di aver perduto la persona che ero. Ho girato a
vuoto come una pallina da flipper; a volte ho accumulato punti, altre volte ho
sbattuto contro le sponde, in certe occasioni ero così demoralizzata che
qualcuno da fuori mi ha dovuto ributtare in quel marasma di tunnel, luci e
suoni annodati tra loro. Ma al di là del mio stare fuori o dentro, ora comprendo
che la vera mancanza è stata quella di non accorgermi che si trattava sempre nello
stesso flipper.
Sono molte le persone che si perdono
nel tentativo di trovarsi, credo che in fondo sia un po’ quello che è successo a
te. Per questo non me ne faccio una colpa. Non ho perso il mio tempo, l’ho
usato per fare qualcosa di poco utile; come quando gioco con le palline su
facebook o ascolto una canzone dei DOGO. Non è tempo sprecato, è tempo di
seconda scelta. Di questo mi rimprovero, di essermi concessa troppo tempo di
scarsa qualità e soprattutto di aver perso te galleggiando in questi momenti di
poco conto.
Non fraintendermi, non sono così pretenziosa
da credere che la tua fine sia in qualche modo legata alla mia assenza; non ho mai
avuto un ego così vincente da poter fare un’affermazione del genere, la mia bassa
autostima è così nota che l’avresti riconosciuta pure tu. Avrei dovuto però usare
questo tempo per fare la rivoluzione, trovare una cura per il cancro, scrivere
un libro meraviglioso, correre nei campi fioriti, fare un figlio, imparare a
suonare la chitarra, ridere fino a scoppiare e poi piangere fino a soffocare;
solo così oggi potrei forse accettare di essermi allontanata da te. Ma non ho
fatto niente di tutto questo, forse ho solo riso e pianto; di certo, non
abbastanza. Così non posso perdonarmi quell’arrogante e ingenua certezza di
poterti comunque rincontrare; così, per caso, un giorno, da qualche parte. Non
posso credere di non essere stata capace di concederti tutta questa sincerità
che ritrovo oggi, facile e malleabile, in questo commosso Calibri 12, duramente
battuto sui questi sterili tasti. Non posso nemmeno credere di starmene qui a
scrivere una stupida lettera a te, mentre le tue infinite e talentuose mani, che
nascondono ancora tracce di tempera, se ne stanno rigide lungo i tuoi fianchi
in quella maledetta cassa di legno. Eppure già so che questa è solo la prima,
ne arriveranno altre e alcune forse non ti piaceranno. Potrei perfino
raccoglierle e farci un libro, con un titolo sdolcinato, che faccia presa sul
pubblico, tipo … “Tutto quello che non ti ho detto” oppure “Quello che è
rimasto tra noi”. Ma posso fare di peggio, sai? Si, lo sai.
Il gioco dei titoli era uno dei tuoi
preferiti, ci lasciava il tempo di infilare una cazzata dietro l’altra, come
perle di una collana fatta di tutta la leggerezza di cui eravamo capaci. L’occasione
migliore fu quella in cui decidemmo che avremmo girato un porno. Io da regista,
precisai fin da subito. Tu da attore principale, aggiungesti un secondo dopo.
Senza sceneggiatura, ne trama (non che ce ne fosse poi bisogno), passammo una buona
mezz’ora a trovare il titolo giusto, quello che ci avrebbe permesso di venderlo
al grande pubblico e fare un sacco di soldi. Tu avevi il gusto dello splatter,
io preferivo le cose più eleganti, ma alla fine “Il MattaTroio” lo trovai io. Doveva
essere un ibrido tra il porno e l’horror. Niente richiami agli stereotipi di
genere, ne in un verso, ne nell’altro. Per questo i miei titoli non ti
sarebbero piaciuti. Decisamente troppo connotati. Avresti proposto cose più
forti. Magari un “Lettere dalla cassa”, pessimo. “L’ironia del cadavere”,
niente di che. “Il sorriso del cadavere”, quasi? “Il sorriso della salma”,
forse su questo un po’ l’occhio ti sarebbe brillato. Ma ti avrei convinto con il
sottotitolo “Le storie di merda non finiscono mai”. Già, ti sarebbe piaciuto
parecchio. Oggi questo gioco lo vinco ancora io. Ma è la vittoria di chi ha perso.
Insomma G., lunedì ero lì, alla
finestra, guardavo la neve cadere e pensavo a te. Ho scritto circa 1.700
parole, un centinaio di righe e 3 pagine
solo perché volevo dirti che quando
guardo la neve, un po’ la guardo anche per te. Forse questo sarebbe stato
un buon titolo ma è davvero troppo, troppo sdolcinato. Anche troppo vero. E
troppo doloroso.
Ciao Amico mio, a presto
S.
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