In Italia fa un
freddo bastardo. Mi affaccio alla finestra e il vetro subito si appanna
impedendomi la vista. In Italia c’è pieno di vetri bastardi. Apro la maniglia e
in una perfetta modalità serpe striscio fuori sul balcone. Appena il mio nuovo
calzino verde erba marcita tocca il cotto, il gelo mi sale fino al ginocchio.
In Italia i calzini sono tutti bastardi. E anche i pavimenti in cotto. Mi siedo
rasente al muro. Le chiappe mi si congelano appena tocco terra. In Italia le
chiappe sono delle grandi bastarde. O piccole bastarde se non mangi le
schifezze che mangio io. Mi avvolgo la sciarpa più stretta intorno al collo.
Seduta sul balcone sento solo il freddo e vedo solo il cemento armato di fronte
a me. Posso solo immaginare come sia il mondo al di là del balcone. Immagino il
pino congelato. Il cancello con la vernice che si stacca. Il vialetto
ghiacciato e la mia macchina che trema in astinenza da antigelo. Metto due dita
alla bocca e accendo una delle mie sigarette immaginarie. Sono le mie migliori
amiche. Mi permettono di fumare senza incatramarmi i polmoni e mi costringono a
respirare così a fondo che bronchi intorpiditi da mesi si svegliano di soprassalto.
Li sento stirarsi nel mio sterno. L’aria che immetto è così fredda che mi
ghiaccia i noduli che ho in gola da un paio d’anni e che ormai chiamo per nome.
Mi arriva al cervello come la polvere di diamanti del buon vecchio Crystal. Mi
apre la mente come un divaricatore. I pensieri si raffreddano e piano piano
dallo stato liquido passano ad avere una concretezza solida. È da quando mi
sono alzata in ritardo che aspetto di poter venire qui. Ci pensavo di continuo
oggi. Mentre mi vestivo. Sulla metro. Durante l’esame. Perfino quando il
professore mi aveva firmato il 28 sul libretto. Ora che ci sono finalmente
arrivata posso anche lasciarmi andare. Posso lasciar scorrere le lacrime.
Pungono. Bastarde. In Italia le lacrime saranno tutte bastarde o solo le mie? Non
lo so. Non importa. Sono qui perché voglio piangere. Da sola. In pace. Perché
se nessuno ti vede questo male non esiste. Perché sono dannatamente orgogliosa.
Perché non voglio ammettere che in fondo me l’avevano detto. Da quando io e
Marco ci siamo lasciati, da quando mi ha tradita, da quando me lo ha
confessato, da quando la mia favola rosa fosforescente d’amore era naufragata
in una mare di accuse e bugie, un dolore rumorosamente sordo mi logorava le
viscere come una tarma insaziabile e instancabile. Avevo aspettato sensazioni,
sentimenti, atteggiamenti alternativi ma non era arrivato niente. Avevo
aspettato con pazienza. Scene isteriche. Perdite di fiducia verso gli uomini.
Scopate sconosciute. Sbronze da rigetto. Attacchi di panico. Pianti notturni. Invece
niente di niente. Solo questo maledetto dolore. Anche stamattina. Avevo sentito
il logorio tarmante partire dalla testa e scendere allo stomaco e da lì
diramarsi in ogni cantuccio del mio corpo. Odio questo dolore. Ma non odio
Marco. Anzi lo amo atavicamente. E più lo amo più quel dolore mi spacca in due.
Ma più cerco di dimenticare, di lasciarmi alle spalle e più quel dolore mi
manca. Sono immersa in una spirale di autolesionismo infinita. So che posso
uscirne. So quanto posso essere forte. Quante risorse ho per curarmi le ferite.
Ma adesso non ne ho voglia. Voglio solo poter restare arroccata alla mia
frustrazione perché è lì e solo lì che Marco c’è ancora. Non ho la minima idea
di quanto potranno durate le mie unghie infilzate nell’amore per Marco.
Consapevolmente ho scelto di passare un pezzo di vita seduta su un balcone, con
le chiappe gelate e con una lastra di cemento armato che mi occlude la
visibilità sul mondo. Il mio viso è immerso in una maschera di salata granita
di pianto. Se sbatto le palpebre sento microscopici frammenti di ghiaccio
spezzarsi sulle mie ciglia. “Oh sei in casa?” la voce di mio fratello mi arriva
dal basso. Mi alzo di scatto. Non voglio che mi veda così. Questo è il mio
sacro momento di inutile autocommiserazione. “Oh!”. Mi chiama. Una, due, tre,
quattro volte. Meno male che è al piano di sotto. Mi infilo di nuovo tra i
vetri ghiacciati della finestra. Lui continua a chiamare. Apro l’acqua del
water per coprire il rumore mentre mi sciacquo la faccia. Guardo il risultato allo
specchio. Si poteva fare meglio ma mio fratello è un tipo distratto e non si
accorgerà del rosso incandescente del mio contorno occhi. “OH!”. Esco dal bagno
e me lo ritrovo davanti alla porta. “Perché non rispondi?”. “Non ho sentito”
dico a testa bassa. “Che stavi facendo?”. “La cacca” controbatto. È la prima
cosa a cui ho pensato, lo ammetto. E in fondo non è poi così lontano dalla
verità. Quando si tratta di Marco si tratta anche di merda. Lui se ne sta zitto
e torna verso le scale. L’ha bevuta. Poi si ferma e aggiunge “ti capita spesso
di piangere mentre la fai?” …
Credo che non è
giusto giudicare la vita degli altri,
perchè comunque
non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.
RadioFreccia L. Ligabue
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