domenica 30 settembre 2012

Dissenterie.


In Italia fa un freddo bastardo. Mi affaccio alla finestra e il vetro subito si appanna impedendomi la vista. In Italia c’è pieno di vetri bastardi. Apro la maniglia e in una perfetta modalità serpe striscio fuori sul balcone. Appena il mio nuovo calzino verde erba marcita tocca il cotto, il gelo mi sale fino al ginocchio. In Italia i calzini sono tutti bastardi. E anche i pavimenti in cotto. Mi siedo rasente al muro. Le chiappe mi si congelano appena tocco terra. In Italia le chiappe sono delle grandi bastarde. O piccole bastarde se non mangi le schifezze che mangio io. Mi avvolgo la sciarpa più stretta intorno al collo. Seduta sul balcone sento solo il freddo e vedo solo il cemento armato di fronte a me. Posso solo immaginare come sia il mondo al di là del balcone. Immagino il pino congelato. Il cancello con la vernice che si stacca. Il vialetto ghiacciato e la mia macchina che trema in astinenza da antigelo. Metto due dita alla bocca e accendo una delle mie sigarette immaginarie. Sono le mie migliori amiche. Mi permettono di fumare senza incatramarmi i polmoni e mi costringono a respirare così a fondo che bronchi intorpiditi da mesi si svegliano di soprassalto. Li sento stirarsi nel mio sterno. L’aria che immetto è così fredda che mi ghiaccia i noduli che ho in gola da un paio d’anni e che ormai chiamo per nome. Mi arriva al cervello come la polvere di diamanti del buon vecchio Crystal. Mi apre la mente come un divaricatore. I pensieri si raffreddano e piano piano dallo stato liquido passano ad avere una concretezza solida. È da quando mi sono alzata in ritardo che aspetto di poter venire qui. Ci pensavo di continuo oggi. Mentre mi vestivo. Sulla metro. Durante l’esame. Perfino quando il professore mi aveva firmato il 28 sul libretto. Ora che ci sono finalmente arrivata posso anche lasciarmi andare. Posso lasciar scorrere le lacrime. Pungono. Bastarde. In Italia le lacrime saranno tutte bastarde o solo le mie? Non lo so. Non importa. Sono qui perché voglio piangere. Da sola. In pace. Perché se nessuno ti vede questo male non esiste. Perché sono dannatamente orgogliosa. Perché non voglio ammettere che in fondo me l’avevano detto. Da quando io e Marco ci siamo lasciati, da quando mi ha tradita, da quando me lo ha confessato, da quando la mia favola rosa fosforescente d’amore era naufragata in una mare di accuse e bugie, un dolore rumorosamente sordo mi logorava le viscere come una tarma insaziabile e instancabile. Avevo aspettato sensazioni, sentimenti, atteggiamenti alternativi ma non era arrivato niente. Avevo aspettato con pazienza. Scene isteriche. Perdite di fiducia verso gli uomini. Scopate sconosciute. Sbronze da rigetto. Attacchi di panico. Pianti notturni. Invece niente di niente. Solo questo maledetto dolore. Anche stamattina. Avevo sentito il logorio tarmante partire dalla testa e scendere allo stomaco e da lì diramarsi in ogni cantuccio del mio corpo. Odio questo dolore. Ma non odio Marco. Anzi lo amo atavicamente. E più lo amo più quel dolore mi spacca in due. Ma più cerco di dimenticare, di lasciarmi alle spalle e più quel dolore mi manca. Sono immersa in una spirale di autolesionismo infinita. So che posso uscirne. So quanto posso essere forte. Quante risorse ho per curarmi le ferite. Ma adesso non ne ho voglia. Voglio solo poter restare arroccata alla mia frustrazione perché è lì e solo lì che Marco c’è ancora. Non ho la minima idea di quanto potranno durate le mie unghie infilzate nell’amore per Marco. Consapevolmente ho scelto di passare un pezzo di vita seduta su un balcone, con le chiappe gelate e con una lastra di cemento armato che mi occlude la visibilità sul mondo. Il mio viso è immerso in una maschera di salata granita di pianto. Se sbatto le palpebre sento microscopici frammenti di ghiaccio spezzarsi sulle mie ciglia. “Oh sei in casa?” la voce di mio fratello mi arriva dal basso. Mi alzo di scatto. Non voglio che mi veda così. Questo è il mio sacro momento di inutile autocommiserazione. “Oh!”. Mi chiama. Una, due, tre, quattro volte. Meno male che è al piano di sotto. Mi infilo di nuovo tra i vetri ghiacciati della finestra. Lui continua a chiamare. Apro l’acqua del water per coprire il rumore mentre mi sciacquo la faccia. Guardo il risultato allo specchio. Si poteva fare meglio ma mio fratello è un tipo distratto e non si accorgerà del rosso incandescente del mio contorno occhi. “OH!”. Esco dal bagno e me lo ritrovo davanti alla porta. “Perché non rispondi?”. “Non ho sentito” dico a testa bassa. “Che stavi facendo?”. “La cacca” controbatto. È la prima cosa a cui ho pensato, lo ammetto. E in fondo non è poi così lontano dalla verità. Quando si tratta di Marco si tratta anche di merda. Lui se ne sta zitto e torna verso le scale. L’ha bevuta. Poi si ferma e aggiunge “ti capita spesso di piangere mentre la fai?” …

Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri,
perchè comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.
RadioFreccia L. Ligabue

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