martedì 19 febbraio 2013

... quando guardo la neve, un po’ la guardo anche per te ...


Domenica, 17/02/2013
Ciao G.,
lunedì scorso nevicava. Una nevicata lunga, lenta e copiosa. Come non ne ricordavo da un po’. L’ho osservata scendere per tutto il giorno. Ero in ferie, le scuole erano chiuse per i due giorni di Carnevale e io (che purtroppo ancora non faccio l’insegnante) per una strana ironia della sorte, lavoro nella mensa scolastica, con un contratto in cui il mio orario è definito “a calendario scolastico”. Quindi il nevoso Carnevale l’ho tenuto d’occhio attraverso i doppi vetri della cucina e del cesso di casa mia. Era una nevicata bella.
Sai io non sono un’amante della neve. So che c’è a chi piace, chi la festeggia, qualcuno le parla e le sorride. Io preferisco il vento; gelido, primaverile, estivo. Mi sento più tranquilla se c’è una bella giornata ventosa; mi scombina i ricci, fa rotolare le foglie e infastidisce i cappelli dei passati (di chi lo mette ancora, almeno. Come te. Tu lo mettevi, questo me lo ricordo perfettamente). Però non sono neanche una di quelle persone che odia la neve. Laura la detesta, inizia a brontolare alla mattina, appena si alza. Mi intasa il cellulare con cinque o sei messaggi di insulti e poi passa a farmi il bollettino di tutti i suoi spostamenti. Sono qui, sono arrivata, parto ora. Lei non lo sa ma quando leggo i suoi messaggi, io una risatina me la faccio. Chissà se te la ricordi Laura che brontola? Io ricordo che ti divertiva stuzzicarla, prenderla in giro. Non sono in molti quelli che possono dire con leggerezza di averlo fatto ma lei con te chiudeva sempre un occhio. E lo chiudeva volentieri, tu lo sapevi e ci sguazzavi dentro tronfio e felice. Ruffiano!
La neve quindi mi lascia abbastanza indifferente; tutto quel silenzio, quell’ovatta ghiacciata che impacchetta la natura e il bianco! Quell’insignificante bianco che farcisce ogni centimetro del mondo. O almeno del mio angolino di mondo. Che razza di colore è il bianco? Il rosso è un colore, il giallo, il verde, il blu, il viola, perfino il nero è un colore! Ma il bianco? Cos’è il bianco? Tu avresti saputo rispondere a questa domanda ma ormai è finito il tempo in cui potevo portela.
Guardavo la neve, lunedì, dalla finestra, il lunedì del carnevale e pensavo a te. Ogni fiocco di cui seguivo la discesa fino a terra, mi faceva pensare a te. Ti sei perso questa nevicata. Ti sei perso perfino il Carnevale. Ti piaceva il Carnevale? Me lo sono chiesto mentre guardavo la neve. Ho pensato che il Carnevale poteva essere una festa adatta a te. Ma non ne sono del tutto certa, perché la verità è che non lo so. Perché tra le moltissime cose che non ho saputo di te, c’è anche questa. Sono queste mancanze, questi minuscoli pezzetti che mancano, che mi stritolano le viscere. Sai cosa penso? Che non mi spetti il diritto di pensarti, mentre nevica, perché non so se ti piaceva il Carnevale. Però di pensarti non posso fare a meno e allora decido che il Carnevale per te è un po’ come la neve per me, ti lascia indifferente. Tuttavia c’è almeno una cosa che so. So che non avresti perso l’occasione per farmi uno di quei discorsi impegnati e allo stesso tempo un po’ farlocchi sul senso della maschera. Si, ne sono certa. Ci saremmo ritrovati al bancone di un qualunque bar; tu comodamente adagiato, io arrampicata su quei maledetti sgabelli di legno alti come un grattacielo. Tu con in mano un piccolo calice di un vino acido e bianco, io con la mia bella lattina ghiacciata di estathè al limone. “Come fai a bere quella robaccia?”, posso sentire la tua voce fumosa fare questa obbiezione. Avremmo iniziato così e ci saremmo persi in un labirinto di altri discorsi, spingendo i nostri ragionamenti molto oltre il limite dell’assurdo.
Ad un certo punto ti saresti bloccato, espressione seria e sguardo scuro che attraversava il liquido giallastro nel tuo bicchiere. Dopo qualche secondo avresti buttato lì una frase ad effetto, un po’ da poeta maledetto, un po’ alla Rimbaud; una cosa tipo: “Che cos’è davvero il Carnevale se non un’occasione per togliersi la maschera del quotidiano e indossare quella di una falsa follia?”. Oh si! Non fare quella faccia e non provare a negarlo! Avresti davvero potuto dire una cosa del genere! E io? Beh, si, io lo ammetto. Avrei buttato gli occhi indietro, inclinato la testa in un movimento annoiato e incamerato aria per sbuffare con maggior convinzione. Tutte cazzate, tutti stereotipi, tutte frasi ad effetto che non portano da nessuna parte. Ecco come avrei voluto risponderti. Come risponderei a tutti quelli che si mettono a filosofeggiare su questioni trite e ritrite. Ma non te l’ho mai detto, ti lasciavo continuare, assecondando il tuo discorso con qualche “Uhm”, “Già”, “Infatti”. La disinteressata, quella era la parte che non mancavo di recitare. Ma lo sapevi che anche se poco, ti ascoltavo davvero. Perché in fondo mi piaceva quel tuo modo oppositivo e caustico di fare l’analisi della società. Lo sentivo familiare, amico; in esso mi ci riconoscevo e mi sentivo riconosciuta.
Come ho fatto a stare per quattro anni senza i tuoi discorsi? E soprattutto, com’è che non mi sono accorta di quanto mi mancavano? Di quanto mi mancavi tu? L’ovattato silenzio della neve, che copriva i rimasugli di coriandoli sparsi durante la sfilata del giorno precedente, mi ha suggerito la risposta. Sono state le maschere. Ironia della sorte, forse? Non lo so, ma è così. Eccesso interpretativo: personaggi diversi, sfumature portare all’eccesso, citazioni non sempre capite ma rigidamente indossate, mantra ripetuti come litanie, troppa obbedienza autoimposta. Tutto giustificato dalla necessità di affermarmi, di trovare il “me stessa” che mi mancava. Mi sono cercata così tanto, ho inseguito con così tanta passione la persona che volevo essere da non accorgermi di aver perduto la persona che ero. Ho girato a vuoto come una pallina da flipper; a volte ho accumulato punti, altre volte ho sbattuto contro le sponde, in certe occasioni ero così demoralizzata che qualcuno da fuori mi ha dovuto ributtare in quel marasma di tunnel, luci e suoni annodati tra loro. Ma al di là del mio stare fuori o dentro, ora comprendo che la vera mancanza è stata quella di non accorgermi che si trattava sempre nello stesso flipper.
Sono molte le persone che si perdono nel tentativo di trovarsi, credo che in fondo sia un po’ quello che è successo a te. Per questo non me ne faccio una colpa. Non ho perso il mio tempo, l’ho usato per fare qualcosa di poco utile; come quando gioco con le palline su facebook o ascolto una canzone dei DOGO. Non è tempo sprecato, è tempo di seconda scelta. Di questo mi rimprovero, di essermi concessa troppo tempo di scarsa qualità e soprattutto di aver perso te galleggiando in questi momenti di poco conto.
Non fraintendermi, non sono così pretenziosa da credere che la tua fine sia in qualche modo legata alla mia assenza; non ho mai avuto un ego così vincente da poter fare un’affermazione del genere, la mia bassa autostima è così nota che l’avresti riconosciuta pure tu. Avrei dovuto però usare questo tempo per fare la rivoluzione, trovare una cura per il cancro, scrivere un libro meraviglioso, correre nei campi fioriti, fare un figlio, imparare a suonare la chitarra, ridere fino a scoppiare e poi piangere fino a soffocare; solo così oggi potrei forse accettare di essermi allontanata da te. Ma non ho fatto niente di tutto questo, forse ho solo riso e pianto; di certo, non abbastanza. Così non posso perdonarmi quell’arrogante e ingenua certezza di poterti comunque rincontrare; così, per caso, un giorno, da qualche parte. Non posso credere di non essere stata capace di concederti tutta questa sincerità che ritrovo oggi, facile e malleabile, in questo commosso Calibri 12, duramente battuto sui questi sterili tasti. Non posso nemmeno credere di starmene qui a scrivere una stupida lettera a te, mentre le tue infinite e talentuose mani, che nascondono ancora tracce di tempera, se ne stanno rigide lungo i tuoi fianchi in quella maledetta cassa di legno. Eppure già so che questa è solo la prima, ne arriveranno altre e alcune forse non ti piaceranno. Potrei perfino raccoglierle e farci un libro, con un titolo sdolcinato, che faccia presa sul pubblico, tipo … “Tutto quello che non ti ho detto” oppure “Quello che è rimasto tra noi”. Ma posso fare di peggio, sai? Si, lo sai.
Il gioco dei titoli era uno dei tuoi preferiti, ci lasciava il tempo di infilare una cazzata dietro l’altra, come perle di una collana fatta di tutta la leggerezza di cui eravamo capaci. L’occasione migliore fu quella in cui decidemmo che avremmo girato un porno. Io da regista, precisai fin da subito. Tu da attore principale, aggiungesti un secondo dopo. Senza sceneggiatura, ne trama (non che ce ne fosse poi bisogno), passammo una buona mezz’ora a trovare il titolo giusto, quello che ci avrebbe permesso di venderlo al grande pubblico e fare un sacco di soldi. Tu avevi il gusto dello splatter, io preferivo le cose più eleganti, ma alla fine “Il MattaTroio” lo trovai io. Doveva essere un ibrido tra il porno e l’horror. Niente richiami agli stereotipi di genere, ne in un verso, ne nell’altro. Per questo i miei titoli non ti sarebbero piaciuti. Decisamente troppo connotati. Avresti proposto cose più forti. Magari un “Lettere dalla cassa”, pessimo. “L’ironia del cadavere”, niente di che. “Il sorriso del cadavere”, quasi? “Il sorriso della salma”, forse su questo un po’ l’occhio ti sarebbe brillato. Ma ti avrei convinto con il sottotitolo “Le storie di merda non finiscono mai”. Già, ti sarebbe piaciuto parecchio. Oggi questo gioco lo vinco ancora io. Ma è la vittoria di chi ha perso.
Insomma G., lunedì ero lì, alla finestra, guardavo la neve cadere e pensavo a te. Ho scritto circa 1.700 parole,  un centinaio di righe e 3 pagine solo perché volevo dirti che quando guardo la neve, un po’ la guardo anche per te. Forse questo sarebbe stato un buon titolo ma è davvero troppo, troppo sdolcinato. Anche troppo vero. E troppo doloroso.
Ciao Amico mio, a presto
S.