domenica 30 settembre 2012

NUDA. Ogni singola e fottuta volta.


Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo.

Voglio scrivere. Devo scrivere. Non si tratta di un capriccio. Di un passatempo. È una necessità, viva e potente. Mi scoppia nel petto in ogni momento. La sento nella testa. Nelle vene. La sento vibrare sottopelle come una scossa elettrica che carica costantemente. Mille piccoli aghi piantati nella mia carne, diversi, distorti, di rame, acciaio, cromo, peltro, cristallo, diamante, legno e plastilina. Ma tutti un’unica singola pulsione: “SCRIVERE”.

Un imperativo imponente. Mentre cammino, mentre osservo, passeggio con il cane, starnutisco, piango, urlo, faccio l’amore. Lisa mise un piede davanti all’altro con cura. Lisa alzò lo sguardo. Lisa si passò una mano tra i capelli. Lisa si accasciò. Lisa. Il mio “altro” letterario. 4 lettere, un nome insulso, piatto, senza suoni. 4 stupide e inutili lettere che diventano simbolo infinito di milioni di momenti, fotografati attraverso altre straordinarie, musicali, colorate ed emozionanti combinazioni di lettere. Lisa che vive ieri, oggi, domani. Lisa che combatte. Serrando i pugni e denti o librandosi nell’aria come una libellula, padroneggiando il vento, divenendo vento. Lisa che viaggia, che descrive, che mangia, che dorme. Lisa che diventa Viola, Chiara, Arianna. Lisa non tanto alta, con gli occhi intensi e dolci, i capelli ricci e arruffati, il mascara colato. Lisa che appare fragile e piccola ma è feroce e determinata. Lisa che vuole tutto. Che vuole SCRIVERE. Lisa e la pagina bianca. Io e la pagina bianca. Pagina cartacea o digitale non ha importanza. L’atteggiamento è lo stesso. L’aggressione è comunque spiazzante. La sfida che il nulla del foglio mi lancia mi blocca ogni volta. Ogni singola e fottuta volta. È il far west. Io e il computer, uno di fronte all’altro. Stefy contro Lisa. Qualche palla di polvere e peli del cane trasportata da una brezza sconosciuta. Lui, l’oggetto inanimato, armato di tutto punto. Nel suo fodero mostra sprezzante la mia infinita insicurezza, la lenta pigrizia del mio animo, la scarsa autostima, poca convinzione, le basse autovalutazioni, i dissesti provocati da qualche saccente professore universitario, il persistente senso di non essere all’altezza e l’immancabile certezza di non avere abbastanza da dire. Io sull’altro versante ho con me davvero poche cose. Il desiderio di scrivere, l’amore per le parole, la necessità di raccontare e l’impellenza di arrivare dappertutto. Non nei luoghi ma nelle persone. È una sfida all’ultimo sangue. Uno di fronte all’altra. Paura faccia a faccia con il sogno. Le lunghe spade affilate delle mie mancanze che cozzano scintillanti contro i pugnali più corti ma affilatissimi delle qualità. Sono battaglie epiche. Frequenti. Quasi giornaliere. Più di quanto possa pensare chi mi gira intorno, chi spesso, per spronarmi, domanda “Hai scritto oggi?”. “No, non l’ho fatto” dico. HO PERSO, penso. Perdo spesso. Forse troppo. Decisamente troppo. Ma l’insicurezza è la scusa, è la giustificazione. Dire HO PAURA è dire NON CE LA FACCIO. È un non lottare. Un arrendersi. Ho perso così tante volte che a un certo punto perdere non mi faceva nemmeno più sentire sconfitta. Semplicemente NON AVEVO NIENTE DI DAVVERO IMPORTANTE da dire. Sono tutte stronzate. Io ho una marea, una valanga, un tornado di cose da dire. Immagini efficaci, tematiche sofferte. Ho sorrisi a denti stretti, ho sarcasmo, ho rabbia, ho urla da raccontare. Ho un cuore pulsante ripieno di parole che ancora non conosco, non uso ma che posso imparare a fare. Ho una inossidabile forza evocativa. Graffiante, macabra, putrescente. Ho un amore spietato per le contrapposizioni, i contrasti, per la sorpresa che ti distrae e poi ti assale. Ho un talento innaturale per farcire  significanti vuoti e sgonfi e donare loro nuovi sapori.

Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte a una quindicina di sconosciuti e ho parlato della mia “poetica” senza sapere di averne mai avuta una.

Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte a una quindicina di sconosciuti e ho letto 3 delle mie “poesie”. Ed erano belle. Belle come mai mi erano sembrate belle.

Il 7 di luglio del 2012 è successo un miracolo. Sono salita su un palco di fronte ad una quindicina di sconosciuti e quando sono scesa ero furente. Invasa da una rabbia cieca e disperata. Ho una sacca piena di frecce inutilizzate.

Siamo a Settembre, piove, ho stirato per 3 ore intere, mi fanno male le ginocchia, ho acceso il computer e la pagina bianca mi ha subito fissata. Con astio. Mia madre da bambina mi diceva: “L’unica persona che ti può fermare sei tu”. Una rabbia cieca e disperata. Faccia a faccia. Io con io. Stefy con Stefy. E ho vinto. Senza pretese, senza necessariamente essere la migliore, senza stupidi indugi. Oggi ho vinto. E ho in mente di farlo ancora. Ogni singola e fottuta volta.

ORRENDO.


Ti ho tenuto per mano tutto il giorno. Ho riso alle tue battute. Ho accarezzato i tuoi capelli. Baciato le tue labbra. E ora in questo letto gelido, se allungo uno dei miei piedi numero 42 non ti sento. Mi hai sempre preso in giro per i miei piedi. Mi dici sempre che sono da femminuccia, troppo piccoli per un nerboruto uomo come me. Nerboruto? Quante persone quando parlano dicono “nerboruto”? Lo pensavo ogni volta, sai? Spesso quando la tua voce isterica urlava rabbia, dolore e recriminazione durante una delle nostre litigate pensavo che pochi usavano i termini che tu mi lanciavi addosso come le stelline dei ninja in tv. Perdevi il controllo così spesso che ormai riconoscevo i segni del livore sul tuo viso. Le borse degli occhi verdognole, il labbro superiore accartocciato. La tua pelle diventava bianca e gelida. La voce strozzata.

Mi alzo e mi faccio qualcosa di caldo, ne vuoi?
Lo domando all’aria perché non sono ancora diventato matto, lo so che non sei qui ora, so che sei lontana. Lo domando lo stesso per vedere che effetto mi fa. Voglio capire fino a che punto posso portare il vuoto della tua assenza. Capire quando incomincerò a sanguinare. Voglio trovare il punto esatto del limite del dolore.

Sono un cretino?
È questo che pensi?
Credi che sia facile per me?
Credi che sia facile pensare a domani, a un domani qualunque. Un domani con un lavoro sicuro, con una casa arredata Ikea, un frigo con i tuoi schifosissimi jogurt scaduti, una doccia con decine delle tue lamette per le tue tozze gambe pelose. Ecco perché devo trovare il punto, il limite, il valico oltre cui non posso andare. Per il domani. Per fare quella miriade di cose che fanno tutti e che non sanno di niente.  Come quando cucino. Quante volte ti lamentavi per la pasta insipida, l’arrosto acquoso, la torta molliccia. Tutto quello che fai è senza colore, senza odore, senza sapore. Dicevi annoiata. Tutto. Ripetevi maliziosa. Poi mi guardavi con quello sguardo cattivo. Ti odiavo quando lo facevi. Di quell’odio viscerale che ti sale lungo l’esofago e ti lascia il rancido in bocca. La bocca era la tua parte migliore dolce e vellutata come la passata di pomodoro fresca di tua madre. Aspra e pungente come il succo di limone che ogni tanto passavi sui denti del cane perché dicevi che sbiancava.

Il tuo sadismo era proverbiale. Ti accanivi contro chiunque ti avesse ferita. Non importava quando e dove era successo, nemmeno gli anni passati, il perdono non era cosa per te. Tuo padre, il tuo insegnate di chimica, la vicina di banco, il primo fidanzato, il figlio del nostro vicino di casa. Ricordo quando gli lanciasti addosso le uova che suo padre ti aveva appena regalato. 3 uova 3 centri.

Non c’è niente da ridere!
Possibile che ancora oggi non senti un briciolo di vergogna per quella scena?
Sei una vera stronza!

Eccolo. Il punto di non ritorno. Il ricordo del tuo carattere troppo forte e troppo massacrato dalla vita mi ha fatto andare oltre il limite. Sono solo in questa tua maledetta casa. Solo. In mezzo a questa nostra stanza da letto. Mi cedono le gambe. E mi ritrovo in ginocchio. Accovacciato contro un pavimento gelido, spezzato dai singhiozzi e disidratato dalle lacrime.

Non sono abbastanza forte per questo, Strega.
Non sono abbastanza, uomo, abbastanza virile, abbastanza nerboruto.
Non sono abbastanza a me stesso.
Non ho la forza, non la rabbia e non ho le unghie da infilare nella merda per rialzarmi come dicevi di avere tu. Mi hai lasciato qui con la presunzione di poterlo fare, con l’arroganza di chi crede di conoscere tutto di chi gli sta davanti.

Senza di te, dunque solo.

Il sole del mattino ti ha sempre infastidito. È inopportuno. Entra nella casa della gente da ogni minima fessura, senza chiedere il permesso. Ora mi avvolge la faccia congelata da una notte passata guancia a guancia con il pavimento. Ho dei piccoli fiumi di sale nei solchi delle mie lacrime notturne. Mi alzo. Scuoto la testa per riportare il cervello nella posizione originaria. Mi lavo di corsa e mi arrangio con jeans e una maglietta nera.

Orrenda, dicevi tu.
Scendo le scale piano. Tua madre, invecchiata di duecento anni mi accarezza con un mezzo sorriso. Mi avvicino alla cassa di legno scuro che nel delirio di ieri mi hanno costretto a scegliere.
Orrenda, lo so, non dirmelo.
Guardo l’abito che ti hanno messo per affrontare l’eternità: orrendo.
Ogni cosa è orrenda in questa stanza.
Il tuo corpo freddo, la disperazione di tua madre, la sicurezza di tuo padre, le lacrime delle tue amiche. Tutto è orrendo.
Lo so, lo avresti detto così tante volte che alla fine ti avrei intimato di chiudere la bocca.

Mi si avvicina il prete:
“Che lettura desidera per la celebrazione funebre?”.
Lo guardo.
“Ne scelga una lei, purché sia orrenda”.
Lui annuisce turbato. Gli stringo la mano e raggiungo tua madre. Le siedo accanto.

“Qui è tutto orrendo, signora” le sussurro.
“Già” dice lei “Ed è solo l’inizio”

Sapore.


L’amore non ti lascia, non tutto a un tratto.
Ritorna insinuandosi dentro di te,
facendoti pensare che ci può essere un altro modo,
che ci può ancora essere un altro modo,
e tu devi costringerti a ricordare tutte le ragioni
per cui probabilmente un altro modo non c’è.

Festa Di Divorzio, L. Dave

Vomitare. L’unica cosa a cui Erika pensa da giorni è vomitare. Cammina, fa la spesa, studia, parla, ride, gioca, mangia, esce, beve, corre. Vomitare. È un pensiero ossessivo che la insegue, la affianca, la divora. Vomitare. Vomitare tutto. Tutto il vuoto. Ma come si vomita un vuoto? Come si vomita una mancanza? Un’assenza? Come si vomitano le domande, le insicurezze, i dubbi, le lesioni, le ferite?


Barba rossa. L’unica immagine a cui Erika pensa da giorni è una barba rossiccia. Cammina, fa la spesa, studia, parla, ride, gioca, mangia, esce, beve, corre. Solo barba. Solo una lanugine scarlatta che non le da tregua. Si sveglia ansimando con la gola graffiata da oniriche masse di peluria vermiglia. È una visione di cui non riesce a liberarsi. Non vuole. Non riesce. Non può. Non riesce. Che differenza fa?


Vomitare e barba rossa sono le sole concessioni di Erika. Le uniche due. Tutto il resto. Tutte le necessità, i desideri, le passioni, le volontà. Tutto il resto è stato accantonato.
Tasto destro.
Elimina.
Sei sicuro di voler spostare TUTTO IL RESTO nel cestino?
Si.
Si, si, si.
Erika è sicura. Ma il sistema ha una falla. Ogni tanto, quando meno se lo aspetta, ripristina ogni dettaglio. E allora tutto il resto travolge Erika. La spezza. Letteralmente.
Come ora. Sotto la doccia. Il getto le innaffia la pelle con una certa violenza. L’acqua le cola dai lunghi fili biondi delle ciocche di capelli. Le labbra strette tra un incisivo e un canino tagliente. Da una minuscola escoriazione tra i denti esce un invisibile rigagnolo cremisi. Le mani appoggiate alle piastrelle. La destra, più in alto, stringe una spugna schiumosa. I muscoli del braccio contratti. La sinistra affonda le dita nella piastrella celeste. Il coccio ha già spezzato un paio di unghie. Lentamente, Erika respira. Sono respiri oscuri, lenti, simili ad una fumata di denso antracite. Erika svuota i polmoni con metodo. Ricerca la calma perduta. Le lacrime non scorrono, colano. Come lava. Erika apre leggermente la bocca. Avverte una scossa di dolore provenire dal labbro reciso. Allunga un poco la lingua verso l’esterno. Il primo sapore è quello del sangue. Poi quello dolciastro dell’acqua della doccia. Finalmente le arriva un gusto salato e amaro che riconosce. Che le appartiene. Infine il disgustoso sapore fruttato dello shampoo da poco prezzo.
Erika piange solo sotto la doccia. Ritiene che dovrebbe essere l’unico vero luogo dove il pianto possa considerarsi consentito. L’acqua che ritrova l’acqua. L’acqua che abbandona il corpo per ritrovare, in un ciclo infinito di acque, altri corpi. Se è vero che la materia non si crea e non si distrugge, allora le sue lacrime troveranno un modo per ritornare ad essere lacrime di qualcun altro. In un sequela infinita di mescolanze. Come “polvere eri e polvere ritornerai”. Ma meno mistico. Erika vorrebbe che le sue lacrime si trasformino velocemente fino ad impregnare, presto, prestissimo, la barba rossa che la perseguita.
No.
I pensieri arrivano tutti insieme. Un fiume. Un uragano, un terremoto. La mano sinistra corre al petto di Erika. Le unghie spezzate graffiano la pelle. Il tentativo, vano, è quello di richiudere il cestino. Di impedire il ripristino di tutto il resto. Ma Erika ha già perso. Ansima, trema. L’acqua è bollente ma lei sente solo freddo. Un freddo che viene da dentro. Un freddo da cui non puoi scappare.
Un freddo dalla barba rossa e occhi verdi con leggere striature grigie. Un freddo che ha l’odore del Jack Daniel. Un freddo che conosce e disconosce. Erika si accascia a terra. Il getto dell’acqua che le colpisce la nuca. La testa tra le ginocchia. La lacrime ovunque.

Non è giusto, pensa Erika. Non è assolutamente giusto. Tutto il resto la inonda. L’affoga. E poi quel pensiero: vomitare. Solo vomitare. Fuori. Ogni cosa. I singhiozzi la sbaragliano improvvisi. Non c’è più contegno nel suo corpo. Piange, sussulta, trema. Due settimane. Sono passate solo due maledette settimane. Sono stata brava, pensa. È la prima volta che si lascia davvero andare. Fino ad ora si limitava a chiudersi in mansarda. Si accoccolava sul divano in velluto beige, apriva un birra gelata e scriveva terribili ballate all’americana in cui con un inglese stropicciato narrava di occhi verdi sweet as honey che improvvisamente divenivano hard as stone, trasformando i blues skies di una giovane girl in terribili blacks holes.
Un tragedia.
Ma Erika pensa davvero di essere stata brava. Nessuna scenata, nessuna crisi. Fino alla fottuta doccia. Tutto era scoppiato. Tutto il vomitare. Tutto. Tutto il resto. Anche quella domanda. Quella che nessuno dovrebbe mai porsi.
Perché.
Lui.
Non.
Mi.
Vuole.
Le mani le corrono alle tempie. Erika stringe la testa. Singhiozza. Urla. Poi sussurra. Parole stentante. Abbozzate. Esci dalla mia testa. Esci. Ti prego. Lasciami stare. La barba rossiccia che le intasa il cervello. Erika biascica. Non una litania, non una preghiera, non un desiderio. Una supplica. Esci dalla mia testa.

Erika non ci crede. Non può credere. Le persone non sono cattive. Le persone non possono essere cattive. Lui non doveva essere cattivo. Non poteva. Ne era sicura. Forse Erika ha avuto qualche dubbio. Forse qualche vago senso di allarme è arrivato. Forse. La gente non è cattiva. Non può essere cattiva. Eppure. Le domande le salgono alla gola. Alla testa. Nelle mani. Nelle gambe.
Erika si sente sguarnita. Senza armi. Senza niente per difendersi. Senza niente per guarire. Solo il tempo. Il maledetto, fottuto, gravoso, tempo. Lo sa. Il tempo è il suo dono. Lasciare che scorra. Lasciare che le giornate le si infilino addosso come orrendi fuseaux. Anche con loro il tempo è stato clemente. Ora sono tornati. Più orrendi e scomodi che mai. Ma è bastato un leggings per riscattarli. Lasciare che il tempo metta anche a lei una nuova etichetta. Una nuova faccia. Lasciare che questi nuovi blacks holes divengano solo vaghe sfumature biancastre sulla pelle.

Appoggia la testa alle piastrelle. L’acqua le scorre sul viso. Sul seno. La pancia, l’inguine, le cosce. Erika si sente persa. E sola. Terribilmente sola. E tradita. Terribilmente tradita. E arrabbiata. Terribilmente arrabbiata.

Il corpo ha smesso di sussultare. Le scosse elettriche non attraversano più la sua schiena nuda. Ogni tanto singhiozza ma è solo una conseguenza del respiro che piano torna normale. Apre gli occhi. L’acqua le inonda le iridi. Li chiude di colpo. Una nuova ondata di frustrazione le copre le guance. Si sente spossata. Erika è spossata. Si morde il labbro. Stesso incisivo. Stesso canino tagliente. Stessa ferita. Com’era quella stupida canzoncina? Quella che cantava la mamma quando una Erika più piccola si lasciava prendere da un eccesso di lacrimazione. “Piangono tutte le mamme, le figlie, le spose, i bambini noiosi, piangi anche tu”. Erika si incazzava. Si sentiva presa per il culo. La faceva sentire stupida. Eppure “Piangono tutte le mamme, le figlie, le spose, i bambini noiosi, piangi anche tu”. Le scappa un ghigno. Poi un mezzo sorriso. Un risatina a denti stretti. Già. Piango anche io. Piangevo. Ma ora non piango più. Erika lo sa.
Non piange più.

Pianura padana: Terra che Sconfina. Reportage di viaggio.


Camminare a Milano. D’inverno. Con la sciarpa fino al naso e il cappotto cucito sulla pelle. Con la lana del cappello che ti prude la fronte e l’impossibilità di grattarsi per le dita avvolte nei guanti. Camminare nella nebbia. Camminare in una città chiassosa e dannatamente veloce. Camminare e sentire l’odore del TakeAway tunisino, della rosticceria pugliese, della verdure marcire a terra dove il giorno prima c’è stato il mercato. Camminare e imbattersi nel uomo con l’auricolare bluetooth, nella signora con il rossetto rosa cicca, nello studente, nel barbone. Camminare e scambiare i luoghi, entrare in un bar, ammirare il Duomo, attraversare Corso Buenos Aires, perdere un autobus, salire in metro, cercare una libreria. Camminare e perdersi in un labirinto di vie, di insegne, di riferimenti, di tram numerati, perdersi e svoltare un angolo dove un banchetto di dolci siciliani a 2 euro ti vende un cannolo che ha il sapore della tranquillità per ritrovarti. Camminare e lasciare che la pelle delle guance sia punta dai mille spilli del gelo invernale. Camminare e sapere che gli occhi arrossati, il freddo nelle falangi, la confusione dei passaggi, le migliaia di volti, sono in qualche modo, poesia.

Essere in ritardo, perché la frenesia padana ti ha cresciuto e ora ti possiede come un amante esperto e virile. Saltare in macchina, fare quel tragitto che fai ogni giorno. Molti passano. Altri, pochi altri, nonostante la fretta che la terra ci ha insegnato, guardano. Guardano la primavera. E nella casa a fianco alla nostra appaiono piante piene di minuscoli petali bianchi. Le sciarpe e i cappotti spariscono. Il Bigio corre come una saetta nelle margherite e nelle viole. Il sole scalda le nostre mani. Il vento fa il solletico alle piante. Il cielo si riapre al turchese. E anche qui c’è la poesia. Anzi c’è già stata. Manzoni, I Promessi Sposi. “Quel cielo di Lombardia, così bello quando e' bello, così splendido, così in pace".

Sono nata dove la terra non ha il profumo dell’ebano ma del catrame, di gomma bruciata, di smog e di ossa tritate dallo stabilimento di smaltimento carogne che opera e lucra nei dintorni della zona. Sono nata nel centro nevralgico dell’economia italiana. Nella terra della ricchezza. O almeno così dicono gli economisti. Sono nata nel Nord Italia. In Lombardia. In un paese di quasi 8.000 anime a 20 km da Milano, 60 da Cremona, 40 da Bergamo e Brescia. Sono nata in aperta Pianura Padana. Già, Pianura Padana. Il solo evocarne il nome fa subito pensare ad un uomo in completo grigio o nero, cravatta in tinta, camicia bianca, cappello classico rigorosamente nero, ombrello ancora nero e in alluminio nella mano sinistra e ventiquattrore sorprendentemente nera in quella destra. Il tutto avvolto in una cortina di fumosa nebbia impenetrabile. Uno scenario da film noir anni trenta. Un luogo comune. In pianura padana non siamo tutti becchini o killer di professione. Nemmeno loro, i padani, sono davvero tutti così.

Loro. Perché in Pianura Padana ci sono i Padani e ci siamo NOI. Che siamo i figli della terra. Di tutta la terra. Il problema è che i Padani sono di più e sono anche “ben” rappresentati nelle istituzioni. Concedetemi le virgolette. Un movimento politico che asserisce di essere il rappresentante di tutta la Pianura Padana basando la propria ideologia su semplicistici stilemi e assorbendo simboli e miti appartenenti ad un passato di popoli diversi decontestualizzati e stravolti nel significato, non si può certo definire un bene. Non tanto per i "veri" Padani ma per noi che siamo, lo ripeto, figli della terra. Di tutta la terra, quindi anche di questa.

È vero. La puzza di smog, il grigiore delle polveri sottili, il rumore del traffico, il rigetto del pensiero e della cultura, le necessità del guadagno, il bisogno di essere sempre “in carriera” a volte ti snervano al punto da desiderare di correre a perdifiato come Forrest Gump. A volte in mezzo a uno dei tanti paesi chiusi e bigotti viene spontaneo fermare il passo di fronte ad una via sapientemente restaurata e dotata di allegra fontana su allegra rotonda. E diviene necessario chiudere gli occhi e richiamare a sé con tutta la nostra forza evocativa il profumo della pelle del mare o il chiassoso sibilo del vento. A volte l’inverno è troppo lungo e così freddo da rimanere nelle ossa  e nei sorrisi delle persone per anni. E allora ti viene voglia di scappare in quella casa ligure dove ogni pietra sembra sanguinare il racconto di ogni tua radice.
A volte.
Altre volte basta stringersi nel piumino, accelerare il passo, svoltare un angolo e ci si ritrova di fronte ad un castello medioevale, ad una casa semi diroccata, a vecchie mura, a un vecchio cascinale con la scritta “La Bottega Artigiana”, dipinta a mano, un indefinito numero di anni prima. Non sono grandi monumenti, opere d’arte o luoghi storici. Sono solo il simbolo di un passato che fu. Di un passato nostro. Dei figli della terra.

La Pianura Padana, Milano, la Lombardia, la nostra terra, la mia terra è meravigliosa. Ve lo giuro. Per chi la sa guardare, ascoltare, assaggiare e coccolare. Anche se il mare è lontano e i profumi del vento latitanti da tempo, in Pianura Padana esistono i colori. Moltissimi colori. Esistono sapori e odori. Esiste la magia e la poesia di ogni terra. Esistono miliardi di sfumature.
La sfida non è crederci. La sfida è saperle trovare.

Sono nata in questa terra. Sono cresciuta in questa terra. Sono diventata una persona in questa terra. Eppure non sono Padana. Sono una figlia della terra.
Tra i moltissimi frutti di questa terra tutti uguali e con lo stesso sapore, ci siamo noi, figli della terra. Siamo frutti diversi. Con dimensioni diverse, con polpa diversa, succhi diversi, gusti diversi, sapori diversi. Siamo figli della terra perché sappiamo nutrirci in ogni luogo che visitiamo. Sappiamo mischiare ogni terreno con il nostro sangue. Siamo figli della terra perché sappiamo cercare la magia in ogni granello di polvere che ci sfiora. Siamo figli della terra, di tutta la terra, perché sappiamo riconoscere la poesia in ogni altro frutto della terra. Siamo figli della terra e lo saremo sempre, anche quando non vorremo esserlo più. Perché le nostre radici rimarranno nella terra anche dopo che i nostri frutti saranno diventati marci. E saranno nutrimento per nuovi figli della terra.

Bilancio consuntivo.



Sono le scelte che facciamo
che dimostrano quel che siamo veramente,
molto più delle nostre capacità.

Albus Silente.
Caro diario,

Fine dell’anno. Tempo di bilanci.
Solitamente l’anno lo chiudo in attivo, le cose che porto nel successivo sono sempre maggiori di quelle che lascio alle mie spalle … ma quest’anno è diverso. Questa’anno è in passivo!
Questo è stato un anno all’insegna dell’ATTACK! Eh si! Ci sono state situazioni paradossali che hanno portato all’uso massiccio di colla quale unico mezzo di sopravvivenza …

In particolare sono passati numerosi “uragani” … persone che passando distrattamente o meno hanno distrutto tutto quanto era stato costruito con pazienza, energia, tempo e fatica … non parlo di rapporti, o almeno non solo, parlo di situazioni, di circostanze, di legami, di pezzi di vita … distrutti.

Ma la cosa più sorprendente di quest’anno è stata che dopo il passaggio dei distruttori c’è stato il momento dell’attack … di persone che con pazienza hanno preso tutti i pezzi rimasti, li hanno vagliati, controllati, esaminati, uno ad uno, poi hanno deciso cosa tenere e ricostruire con l’uso dell’attack e cosa invece scartare e buttare … senza preoccuparsi troppo di dove smaltire questi “rifiuti” ma lasciandoli lì a deperire da soli con il tempo. 
Quindi anno di distruzione e ricostruzione … ma non uguale a prima, diversa e nuova …
Quindi anno di cambiamento e il cambiamento, si sa, insegna … e io ho imparato, cazzo se ho imparato, ho imparato più di quanto avrei voluto …

Ho imparato che le scelte, tutte le scelte, si pagano. O prima, o dopo, o durante … ma si pagano. E i pagamenti vanno messi in conto …

Se scegli di amare metti in conto di poter essere felice ma anche di soffrire, di ridere e di piangere, di lottare e di raccogliere … se scegli di odiare metti in conto la rabbia … se scegli di tradire sai che avrai la colpa a perseguitarti … se scegli di sbagliare sai che ti farai male … se scegli da che parte stare sai che dovrai difenderti … se scegli una strada sai che dovrai seguirla … e così via … ogni scelta preclude delle conseguenze … siano esse attese, inaspettate, dolorose o felici … ma le conseguenze che metti in conto e che decidi di affrontare sono fondamentali perché fanno di te ciò che sei davvero …

Ma la lezione più grande che ho avuto da questo anno così faticoso è che il contrario di amore non è odio, rabbia o dolore … il contrario di Amore è Delusione … perché la delusione porta indifferenza … porta paura … e si può perdonare, si può scherzare, si può ridere, si può continuare a stare accanto a chi ti ha deluso ma non si può dimenticare … come non puoi dimenticare il nome di chi hai amato, non puoi dimenticare il nome di chi ti ha deluso … perché possono passare il dolore, la rabbia, la stanchezza o l’amarezza ma non puoi cancellare la paura …

E allora in questo nuovo anno che arriva porto la sottoscritta così com’è adesso. Con tutta la paccottiglia di delusioni, paure, ricordi, rabbia, amore, musica, sogni, progetti, passioni e scelte …

Il resto è solo un cumulo di polvere sulle mie spalle … basta una scrollata e resta nel passato.

Con affetto.
S.
                                                                                        2007

Ping Pong. Bang!


Gio guardava fisso il cellulare appoggiato al davanzale della finestra del quinto piano dell’istituto tecnico che frequentava ormai da sei anni. Era un Nokia 3330. Uno di quei modelli indistruttibili che sopravvivono a qualunque vessazione. E lui quel maledetto arnese lo aveva vessato parecchio. Ogni volta che s’innervosiva, per esempio, gettava quell’aggeggio contro il primo muro disponibile. Ora aveva un’idea geniale in testa. Appoggiò il dito sullo schermo del telefonino e pensò a tutto quello che aveva dovuto sopportare. Il cellulare, non Gio. Gio, in effetti, non si ricordava nemmeno tutto quello che aveva dovuto sopportare. Lui, non il cellulare. Fu in quel momento che con un leggero movimento del dito spostò il baricentro del cellulare posato sul davanzale. L’apparecchio cadde lungo i cinque piani e andò ad aprirsi in due parti perfette sull’asfalto appena rinnovato del parcheggio scolastico. Gio lo seguì. Fisicamente. La sua testa non si aprì in due parti perfette ma lasciò una vistosa macchia di sangue rosso scuro sull’asfalto appena rinnovato del parcheggio scolastico.
Anna aveva 17 anni e un sorriso da brivido. I capelli lunghi e biondi le cascavano sulle spalle come fili tessuti dal migliore dei ragni. La pelle era intatta e liscia. I denti ingialliti dalle sigarette che inceneriva in tempi record durante l’intervallo che anche oggi passava in compagnia delle fedeli amichette pronte ad assecondare ogni sua volontà. L’argomento del giorno era la scritta sul muro bianco della palazzina di fronte all’entrata dell’istituto. “Anna, io e te 3 metri sopra il cielo”. Anna? Era per lei. L’aveva fatta Paolo. L’ultimo cuore che aveva distrattamente infranto. Anna fumava e parlava. Sbatteva i capelli e qualche volta alzava uno sguardo contrito verso il cielo. Si stupì quando un cellulare precipitò da una finestra del quinto piano. Alzò un sopracciglio, staccò la sigaretta dalle labbra e spalancò gli occhi ed emise un grido di orrore quando  anche un corpo scomposto precipitò da finestra del quinto piano.
La professoressa Antonella Minani posò il plico di temi sul tavolo. Afferrò la penna rossa, emise un forte sospiro annoiato e si arrese all’evidenza di doverli correggere. iniziò da quello di Paolo. Era un ottimo studente. Ultimamente però sembrava un po’ distratto. Probabilmente aveva preso una cotta per qualche ragazzina. La professoressa Antonella Minani aveva abbastanza esperienza da saper riconoscere i sintomi di una cotta. Disattenzione. Mp3 fisso nelle orecchie. Enormi sospiri. Occhi velati di lacrime. “Saggio Breve: il bullismo scolastico”. Lesse qualche riga e si rese subito conto che quello più che un tema sembrava essere una disperata lettera d’amore per una certa Anna. In quel momento un terribile grido entrò dalla finestra. La professoressa corse alla finestra. Vide una chiazza di sangue. Dalla mano cadde la penna rossa.
Il guinzaglio strattonava il cane con fare molesto e frettoloso. La bestia annusava il palo da almeno dieci minuti. Stufo delle veementi sollecitazioni aveva alzato una gamba e lasciato qualche goccia di un suo paglierino passaggio. All’altra estremità del filo stava una mano incartapecorita. Più su l’espressione accigliata del signor Minani convinse il giovane bassotto a dirigersi verso la scuola. Si fermarono di fronte all’entrata. Scrutando tra le finestre e tra i ragazzi fuori per l’intervallo, il vecchio cercava il volto della figlia Antonella. In tutto quel cercare lo sguardo gli si sgranò all’improvviso. Una persona era appena scivolata dalla finestra del quinto piano. Dopo il tonfo anche il cane emise un lungo latrato spaventato.
In auto Chiara pensava solo che Luca fosse il più grande coglione che avesse conosciuto. E lei lo aveva pure sposato. In auto Luca pensava che Chiara fosse la donna più stronza con la quale avesse mai avuto a che fare. E lui l’aveva pure sposata. Fermi al semaforo pensavano e si odiavano. Il muro alla loro sinistra dichiarava “Anna, io e te 3 metri sopra il cielo”. Un cane abbaiò alla loro destra. Voltandosi videro un crocchio di ragazzi dirigersi verso una zona imprecisabile dell’atrio esterno dell’istituto. Luca riconobbe la scuola in cui una settimana prima aveva lavorato per il rinnovo dell’asfalto del parcheggio scolastico.
… … … 

Meglio male accompagnati che soli?


Qualcuno di voi ha idea di cosa sia un trilogy???
So che ciò che mi accingo a dire non mi fa per niente onore ma da alcuni giorni, mi pesa sulla coscienza, questa grave confessione che ora devo proprio fare …
Io, “Stefania, 24 anni, Milano”, ragazzetta SINGLE (… qualcuno potrebbe suggerire “zitella in età da marito”), non bella ma piacente (a qualcuno perlomeno!), con un un Q.I. nella media (a volte un po’ sotto, lo ammetto!), un buon grado di socializzazione umana e animale (visti certi esemplari di umani, la chiarezza è fondamentale) e una discreta conoscenza del selvaggio mondo dell’accoppiamento …
fino a un paio di giorni fa …
NON SAPEVO COSA FOSSE UN TRILOGY!
Lo so, è imperdonabile…

Lasciatemi almeno aggiungere che per me il termine “TRILOGI_A” indicava la produzione di tre romanzi da parte di Pratolini il cui primo è il famoso Metello
Oppure (ancora meglio!) per me la trilogia è quella di Blade… come “Blade chi”?!?
Blade, diamine!
Blade il diurno… quella con Wesley Snipes!
Mezzo vampiro e mezzo umano.
Nel primo film scena clou: lui esanime, completamente dissanguato, cade in una tinozza piena del suo stesso sangue e dopo aver ripreso un po’ le forze si alza e con balzo felino salta fuori asciuttissimo e pulitissimo (miracolo!) e prima di andare a sterminare i vampironi che lo hanno ridotto ad un colabrodo (e che nel mentre stanno compiendo un diabolico rito scarnificando mezza città) chiede all’amico (e mentore) … i suoi occhiali da sole!!! Quello li lancia e lui (Wesley/Blade) di spalle, senza guardarli, li prende al volo… dalla bacchettina!!!
Si, si, si… DALLA BACCHETTINA!!!
Quello è un essere da trilogy!!!
Voi “vedenti” non capite! I comuni mortali muniti di occhiali se devono prendere la loro protesi oculare dal comodino, 10 volte su 5 gli piazzano una ditata alla C.S.I. sulla lente!!!
E lui li prende al volo dalla bacchettina!!!
Altro che vampiri … lui è il figlio segreto di Salmoiraghi e Viganò …
Blade!!!
L’unica e sola trilogia della mia testa!!!
Se dici trilogy, s’illumina Blade!
Ok … forse non tutti pensano a Blade ma per la maggior parte delle persone la trilogia potrebbe essere il cofanetto de Il signore degli anelli … ma non è nemmeno quella la trilogy di cui parlo!
No! Su, su, non disperate in un qualche modo ci siete comunque più vicini di quanto non ci fossi io … perché il trilogy è si un anello, ma non quello di Elijah Wood/Frodo … no …
Il trilogy esattamente è … UN ANELLO DI FIDANZAMENTO!!!
Anzi, come mi ha spiegato Manu, il Trilogy (Diamine, Ste!!! Con la maiuscola!!! Che razza di professoressa di Lettere sei!??!) è L’ANELLO DI FIDANZAMENTO … quello proprio più “di fidanzamento” che c’è!
Quello per eccellenza, per antonomasia …
Quello con l’articolo determinativo davanti … “IL” anello di fidanzamento!!!
E io non lo sapevo … e sapete perché? Perché io sono una SINGLE … e non posso capire cosa sia un trilogy … anzi non mi è dato neanche di sapere!
E allora oggi 6 Ottobre 2007 affronto l’annoso problema … quindi …

S come … SINGLE!

Permettetemi d’iniziare cercando di dare una definizione quanto meno abbozzata della condizione di SINGLE!
Allora una SINGLE (e qui da buona, anzi ottima, professoressa di Lettere ci piazzo 5 maiuscole!) è una donna o una ragazzetta che liberamente, in possesso di tutte le sue facoltà mentali (davvero!) e con un pizzico di coraggio decide di stare DA SOLA!
Decide … voce del verbo DECIDERE, cioè scegliere!
Perché questa delucidazione? Perché solitamente se l’incauta ragazzetta usa l’espressione “SINGLE per scelta” c’è sempre qualche ominide “sistemato” e bontempone che fa la goliardica e originalissima battuta (da leggere con la voce stile Homer Simpson) “Si, per scelta degli altri” …
NO, deficiente! Non per scelta degli altri ma per scelta MIA che DECIDO (sempre IO) di non voler stare con un PIRLA come te!
Ammettiamo pure che all’inizio dello zitellaggio una sia stata lasciata … va bene, non l’ho scelto, è capitato … ma vi assicuro che una ragazza, donna, ragazzetta (insomma un essere di genere femminile!) che in un relativamente breve periodo di tempo:
1.       si è imbattuta in un discreto numero di casi umani (di cui almeno 2 mammoni, 5 colpiti da peterpanismo cronico, 3 sopravvissuti da differenti tipologie di dipendenze, 4 con dipendenze ancora in atto, 10 ex-ragazze con le quali misurarsi o essere misurata …);
2.       ha preso una buona serie di fregature;
3.       ha versato un ettolitro di lacrime per soggetti che non ne meritavano nemmeno una;
4.       si è morsa le labbra per non esternare TUTTO (ma proprio TUTTO) il suo disappunto di fronte a parenti, colleghi, conoscenti e amici (o almeno presupposti tali) che spesso si imbarcano in noiose elencazioni dei motivi per il quale tu sia ancora così miseramente sola (di solito questo non viene detto ad alta voce, per non offendere, ma lo sguardo vi assicuro che non solo è chiarissimo ma offende di più delle parole anche perché non si può controbattere apertamente … );
Si merita di diritto l’attestato di “SINGLE per scelta propria” e si è indubbiamente guadagnata l’onore e il rispetto dovuto ad una persona che DECIDE “che piuttosto di …” allora è meglio SOLA!
Ora … levatevi dalla testa l’immagine che avete appena creato … SOLA uguale: deserto del Sahara e LEI in mezzo assetata, affamata, distrutta e terribilmente SOLA!
No … non ci siamo proprio!
Una SINGLE non è così …
Oggi una ragazzetta SOLA ha un nutrito gruppo di amiche (a volte SINGLE, altre accoppiate ma ancora mentalmente operative) che la sostengono e le danno conforto … si, proprio come in Sex & the City! Solo un po’ meno lascive (perché “il catechismo ci ha tutte rovinate”…).
Inoltre ha un paio di ominidi fuori categoria che si definiscono “amici maschi” o “solo amici” (dici poco … amici! Altro che solo … magari si riuscisse a trovare più ominidi disposti ad esserti amici!).
Infine, se è fortunata, ha anche una mamma (e/o un papà!!!) in grado di capire e rispettare tale scelta, quando non arriva ad esserne addiritura la prima sostenitrice (un po’ come il capo della curva allo stadio!), nonostante (o forse a causa di …) un trentennale e felice matrimonio alle spalle!

Quindi, dicevamo, scegliere e decidere reggono SINGLE … e come anticipato, una normale (permettetemi questa detestabile parola) SINGLE, ha alle spalle una serie di insuccessi sentimentali … questi solitamente hanno come effetto collaterale quello di creare nella testa della suddetta zitella l’idea esatta di ciò che NON vuole da una relazione e dal relativo uomo di tale relazione … ciò porta, il nostro soggetto SINGLE, a sviluppare in maniera quasi del tutto naturale un certo senso critico che consente di individuare e riconoscere una serie di tecniche d’approccio, atteggiamenti, movenze, frasi ad effetto tipiche di diverse categorie maschili che in dosi eccessive conducono ad un inevitabile conclusione: EVITARE i soggetti di queste categorie …
Si impongono dunque due strade … lo zitellaggio di resta e lo zitellaggio d’attesa.
Il primo è quello della donna che dice “RESTO SINGLE perché sto bene da SOLA” ed è (UDITE BENE!!!) rispettabilissimo!
Il secondo è quello di una donna che dice “Visto che per ora non c’è niente di buono RESTO SINGLE nell’attesa di qualcosa di realmente buono!”.
DI BUONO!!!
Non di decente!
Perché le SINGLE, TUTTE le SINGLE, alla fine di questo processo fanno una grossa scelta … che non è quella che potete pensare voi, squadriglia di accoppiati … la scelta non è la semplice solitudine (quella è già un prerogativa della Pausini!) …
La scelta è NON ACCONTENTARSI!!!
Non fare finta di niente, non chiudere un occhio, non dire “va bene lo stesso”, non essere passive, non trattenersi … la scelta di non accontentarsi quindi è una scelta di dignità e d’amore … d’amore per il pensare!!!
Fin qui si è dunque detto che la SINGLE è una donna coraggiosa perché non si accontenta, consapevole del proprio potere decisionale e sola in senso lato …
Oltre ad essere la sola parola italiana che pur non essendo un acronimo si scrive SEMPRE con 5 lettere maiuscole!
Ecco … questa è una buona (ma non esauriente, me ne rendo conto) definizione di SINGLE …

Ma, come diceva Dante, arrivano anche qui le note dolenti …
Ogni SINGLE che si rispetti, anche la migliore, anche la più convinta, anche la più libertina, anche quella più avvezza a dribblare i ridondanti consigli di “fidanzatine” rosa (perché per me le fidanzatine sono tutte ROSA!), insomma TUTTE le SINGLE prima o poi …
Entrano in crisi …
Fino a pensare seriamente a sistemarsi.
Magari smorzando un po’ i toni, arrotondando gli spigoli, accettando qualche compromesso … per farla breve … accontentandosi!
Vuoi perché sentiamo il bisogno di maternità, vuoi per le pressioni sociali, vuoi perché vedi una coppia ultraottantenne mano nella mano passeggiare in centro a Milano, vuoi perché alla tua amica del liceo regalano un trilogy (ebbene si lo ammetto, ci sono cascata pure io nella crisi qualche volta … per qualche ora, s’intende!), vuoi per un motivo vuoi per un altro, fatto sta che andiamo in crisi …
E allora che succede?
Succede che mentre stai camminando per strada ti blocchi davanti ad un cartellone pubblicitario raffigurante due sposi novelli …
Succede che rimani dieci minuti a fissare la tazzina di caffè al bar e quando bevi ti sembra non sia mai stato così amaro …
Succede che ti arriva un sms dalla tua amica preoccupata di rimanere sola come la sua collega inacidita dal tempo e dall’astinenza …
Succede che mentre vai in macchina la tua radio arriva alla traccia di una canzone in cui si dice che un giorno lontano lui dimenticherà la sua mano ma adesso no perché c’è solo lei …
Succede che in una giornata di pioggia ti siedi per terra in camera tua a fissare le gocce che sui spaccano sul vetro …
In tutti questi “succede” ci si ritrova a pensare a come sarebbe bello avere un moroso standard …
Uno di quelli perfetti …
Quelli che ti guardano adoranti, quelli che ti dicono sempre “Si, va bene, come vuoi tu, Amore!”, quelli che ti seguono muti e ubbidienti durante lo shopping, quelli che se prendi una maglietta orrendamente brutta che ti fa sembrare Patry il trans di Lapo dicono che su di te sta benissimo perché tu “stai bene con tutto”, quelli che si ricordano gli anniversari, i mesari, i settimanali, i giornalieri e anche gli orari!
Un bel moroso pungiball … da usare come ammortizzatore di stress quando sei nervosa per lavoro, per gli esami, per il solo cambio del meteo …
Uno di quelli che a San Valentino ti regala un tubo gigante di Baci Perugina senza pensare che sono della Nestlè e poi ti guarda adorante mentre davanti al camino li mangi uno in fila all’altro e ogni tanto gli fai un mezzo sorriso con i denti color cioccolato e la granella di nocciole marmorizzata sullo smalto …
Uno di quelli che ti dice “Ti amo” trentatremila volte al giorno, che ti manda duecentosettantasei sms e che quando ti chiama al telefono dice solo “Ciao Tesoro” e “Ciao amore” al punto che tu cominci a sospettare che si sia scordato il tuo vero nome …
Uno di quelli che al compleanno ti regalano i fiori e un girocollo da 250 euro e quando tu gli dici che volevi la PSP loro ti guardano, scuotono la testa e dicono “sciocchina!” e poi sospirano sempre infinitamente adoranti …
Di quelli che alla festa della donna ti mandano le mimose che quando arrivano dici in tono soave “Uhuhuh come sono belle!!! Ma ti prego, mammina cara, buttale nel cesso che mi attanagliano i polmoni con quel terribile fetore di fiore funereo” …
Uno di quelli che ti regalano sempre DUE orecchini IDENTICI …
Proprio uno per il quale tu sei bella sempre … con i capelli sporchi e unti, con il fango fino al ginocchio, con il mascara a mezza guancia … appena sveglia alla mattina ma anche dopo un sonnellino pomeridiano fatto ad agosto sotto il piumone con 40°C all’ombra … dopo 8 ore di lavoro, dopo 8 ore per un esame di 2 minuti … si, insomma, bella!
Bella sempre!
Uno di quelli che quando gli chiedi che colore hai gli occhi lo sanno! Perché “hai due occhi meravigliosi, Amore!”, “due mani perfette, Amore!”, “due orecchie così piccine, Amore!” …
Si, Amore, due … non tre amore, ne ho due, due e ancora due … Amore!
Ma ho anche un cervello, Amore e delle opinioni, Amore e delle idee, dei pensieri che sono molti, ma molti di più di due, AMORE!!!
Ma va bene così … perché lui è uno di quelli con cui puoi anche trasformarti in Cenerentola … e cantare con gli uccelli perché forse con il suo non riesci a fare gli acuti … e lasciare che le farfalline si posino sulle tue dita e poi distratta un attimo da tutto questo delirio romantico ti giri e ti ci ritrovi una bellissima, nauseabonda e verdastra cimice …
Ma che importa, in fondo i tuoi occhi brillano come quelli di Superman … e sei diventata un X-Man perché il tuo corpo improvvisamente emette una meravigliosa e alquanto strana luminescenza … rosa … e dici: “è Amore!” E la tua amica rimasta “ancora miseramente” SINGLE dice: “No è Cernobyl!” …

Ma nonostante tutto il tuo divertente sarcasmo resta il fatto che sei lì … bloccata e piena di sconforto … con le lacrime che ti pungono gli occhi … con l’idea che non troverai mai quello che cerchi … che il tuo turno non arriverà … che ci vuole troppo tempo … che non ce la fai … che vuoi cedere … e mollare … e lasciarti andare … e piangere …
E poi?
Poi sposti lo sguardo e leggi lo slogan del cartellone a fianco “Chi segue gli altri non arriva mai primo. Chinò” e fai un mezzo sorriso perché anche se il Chinotto ti fa schifo sembra proprio che stia parlando con te …
Poi mentre metti tre bustine di zucchero nel caffè arriva il cameriere e ti porta una gigantesca brioche al cioccolato e pare che tutto diventi incredibilmente più dolce il caffè, il bar, la tua bocca …
Poi all’amica preoccupata arriva un sms che le ricorda che non è la sola ad aver paura e che deve sorridere perché il sorriso di una SINGLE è un sorriso scelto e libero e … infastidisce tantissimo le allegre coppiette rosa …
Poi la radio della macchina passa alle successive due canzoni, la prima dice che se per lui sei “veleno celestiale” allora è meglio sola, la seconda ti ricorda che di argento c’è pieno “ma l’oro si aspetta” …
Poi quando sei così desolata e la tua fronte unge la finestra e le gocce di pioggia sembra che passino attraverso il vetro per entrare nella tua pelle, senti che qualcuno ti si avvicina alle spalle, senti il ticchettio delle sue unghie sul pavimento, senti il suo naso umido e curioso cercarti il viso tra i capelli, senti la lingua ruvida leccarti le guance … poi ti giri e vedi il sorriso dei suoi occhi, vedi la sua espressione giocosa e riscaldi la fronte gelata dal vetro tra le sue orecchie, affondi il naso tra il suo pelo grigio e annusi forte …
E ridi!
Perché ti sembra che quell’odore di scatoletta “manzo, pollo e riso” sia il più buono del mondo e sei sicura che quello sia lo stesso odore dell’attesa … perché da solo fa schifo ma immerso nel mondo è meraviglioso …
E poi?
Poi …
Scuoti la testa e pensi …
“Fanculo, io metto sempre due orecchini diversi l’uno dall’altro!”

Femmine e femminucce.



“Non riesco a respirare? Come mai?”
N. Fabi
A come ANSIA!!!
Detesto l’ansia … e detesto le persone che portano, mettono, infondono, vivono l’ansia! Non parlo dell’ansia normale … quella saltuaria, per un qualunque motivo di preoccupazione… parlo di uno stato emotivo costante, come di chi vive sui carboni ardenti, parlo del bisogno di rincorrere sempre qualcos’altro, come se ci sentisse mancati o insufficienti, parlo della ricerca ossessiva di conferme, della paranoia, della paura, dell’insicurezza, del controllo su tutto e su tutti…
C’è qualcosa che accomuna chi sa l’ansia e chi non la sa …
P. P. Pasolini

Ma più di tutto detesto le ragazze ansiose … perché anche loro con la loro ansia rovinano la reputazione di noi venti-trentacinquenni!!
Maschi, babbi di m… di tutto il mondo, non siamo tutte così!!!
C’è pieno di Dee Baubò pronte ad esplodere!!!
Si muore un po’ per poter vivere …
C. Caselli

Non ci spaventiamo se dobbiamo fare km e km per andare in un qualche posto…
Non abbiamo paura di nessuno, dallo straniero all’impiegato allo sportello della banca…
Non siamo tutte “E ora che faccio?!?”… ci sono ragazze che sanno benissimo cosa fare… e come!!!
Forse non lo sai ma pure questo è amore.
Vecchioni

Ci sono ragazze che sanno farsi valere, che non sentono il bisogno di protezione, che hanno voglia di prendersi in giro, di andare, di vedere, di capire, di giocare, di ridere, di provare, di cadere, di farsi male… … e di fare male!
Ragazze che non vi guardano come oggetti per figliare, che non mirano al matrimonio, che non vogliono appropriarsi della vostra vita, che hanno ambizioni e desideri che non per forza devono stridere con la loro vita sentimentale… o sessuale!!!
Ci sono ragazze (e qui so che vi stupirò) che sono … stanche … annoiate … stremate … esasperate(!) da frasettine di circostanza del tipo “non sono in cerca di una storia”, “voglio solo divertirmi”, “non ti innamorare di me”… allora andiamo con ordine…
Primo
Chi ti ha chiesto la storia??? Chi, diamine, dimmi, chi ti ha chiesto di avere una storia? Dimmi chi è quella disperata che vorrebbe avere una storia con te! IO? … IO? … IO? IO NOOOOOOOOOO!!! Proprio come direbbe IL Vasco “Io no”!
Maschi, fidatevi di me, del guru, non sempre una ragazza che fa del sesso con voi, che vi bacia appassionatamente, teneramente, dolcemente o qualsiasi altro …mente possa essere, vuole avere una storia con voi, non è così! Ve lo assicuro! Magari vuole un trombamico, uno con cui parlare, confrontarsi e fare sesso rimanendo comunque libera da impegni!
Perché… e anche qui so che potrei sconvolgere il vostro insano equilibrio testosteronico … anche noi ragazze abbiamo paura delle responsabilità, dei vincoli, dei legami duraturi e … dell’ansia maschile!!! Non solo voi! Il desiderio di liberà è cosa comune a tanti soggetti di generi differenti… non è una fallica prerogativa!
No, non la è!
Con questo non posso negare che alcune ragazze, magari in un momento di delirio masochistico simile a quelli della Sibilla Cumana posseduta da Apollo, possano ambire a costruire con voi una storia quantomeno duratura… ora, non è detto che con questa frasetta voi ve la caviate se la cosa non va in porto… perché io… lo so!
Lo so.
E lo so non perché mi do arie da guru ma perché qualche volta l’ho detta anche io questa frasetta!
Voi la dite per portarvi avanti, per evitare che il senso di colpa (questo sconosciuto…) una volta finita la storia, attanagli per 4 infiniti secondi il vostro animo afflitto… ma la verità è un’altra… se avete avuto una storia durata 1 anno, 5 mesi, 2 settimane, 12 giorni, 18 ore e 58 minuti non esiste nessuna frasetta che giustifichi il vostro finale comportamento da stronzi! Quindi aboliamo questa stupida sentenza dal manuale degli incontri/scontri a due e quando è il momento della resa dei conti… beh… quando sarà improvviseremo sul posto!
Suvvia un po’ di fantasia!!!
“La mia intraprendenza ti fa male, per te sarò veleno celestiale”
G. Nannini
Secondo
“Voglio solo divertirmi”… è dall’asilo che ci propinano uscite dello stile “l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re!”, possibile che non abbiate ancora colto il messaggio nascosto (e neanche tanto bene) di questo modo di dire?!? Di quello che voi volete o meno non importa a nessuno!!! E uno…
Poi, SOLO… siete proprio convinti dell’uso improprio della parola “solo” accostata al termine divertirsi??
Insomma… se “solo” sta per “soltanto”… beh… ecco… come dire? Mandria di Gigi La Trottola, credete davvero che sia così facile far divertire una donna?? E non sto parlando del TicoTico… parlo di quello strano suono che una ragazza emette quando RIDE!
Esatto RIDERE… strana questa parola vero?!
Ora mi spiego. Per alcuni di voi “solo divertirsi” vuol dire “solo scopare” ma allora … diamine … invece di darmi l’illusione che tu, homo inutiliis, sappia intervallare tra un round e l’altro di wresling da camera dei rilassanti momenti di gioco, di scherzo, di ironia … perché non ti limiti a dire “Guarda io ti offro del sesso … altro non so se riuscirò a fare!”… perché per noi ragazzette inacidite, “divertirsi” copre una gamma di significati abnorme, che non possono essere ridotti dall’accostamento della parola “solo”!
In più permettetemi di aggiungere che spesso anche nella sfera sessuale non è che la vostra percezione del divertimento collimi proprio con la nostra … come dire … tralasciando i calzini bianchi, i boxer con le papere, il salto in lungo del preliminare, la corsa ad ostacoli di cinture, camice e jeans a tenuta stagna e il salto con l’asta che ogni volta promettete e che poi da adito a imbarazzanti momenti di delusione … beh sorvolando tutto questo… sappiate che non siamo più negli anni cinquanta in cui il sesso in una coppia era un dovere femminile …
Oggi… a noi ragazzette assassine e anche a molte donne un po’ più attempate … IL SESSO PIACE! E TANTO ANCHE (come direbbe Ale)!!! Quindi se ti diamo un manuale in merito… leggilo!!!
A meno che, e qui entra in gioco un’altra possibilità, “solo” non sia da intendere come “in solitudine”… e allora “voglio solo divertirmi” assume tutto un altro significato… “solo” nel senso che voglio divertirmi solo io, di noi non vi importa, del nostro risultato potete anche fare a meno… e allora, permettetemi la facile battuta, per noi la frase diviene “voglio divertirmi solo” nel senso di “da solo”… nel senso, se non fosse ancora chiaro, di miopia!
“Suoni oppure ti lasci suonare”
L. Ligabue


Terzo
Qui… come per il Confetto Falqui basta la parola!
“Non ti innamorare di me!”… c’è davvero bisogno che dica tutto quello che penso???
C’è bisogno che mi soffermi sull’inutilità, l’arroganza, la presupponenza, l’idiozia, la presunzione contenute in questa frase?
Io credo di no… ma permettetemi di dire una cosa…
AH DEREK… MA   V A F F A N C U L O!
“Samanafatababudoio?!?... Eh?... CIUPA!”
Pino e gli anticorpi.

Detto questo ammetto mio malgrado che ci sono ragazze così attagliate dall’ansia da non accorgersi neppure lo stato di delirio raggiunto.
Capisco, davvero lo capisco, che l’uomo mediamente intelligente sia quantomeno terrorizzato da soggetti di questo tipo … ma se noi abbiamo le ragazze ansiogene come spina nel fianco … voi avete una buona fetta di maschietti che cerca queste donne come fossero acqua nel deserto!
E anche questi vi rovinano la reputazione …
Maschi così incapaci d’autonomia che si fanno grandi nel “Bar Bettola” di turno con qualche superalcolico di troppo, qualche parolina grugnita a fior di labbra, qualche grassa bestemmia che li fa sentire così virili e che poi appena la loro soave compagna, divertente come la ceretta fatta da MazingaZeta, alza un severo sopracciglio, ritirano la coda e si mettono per bene a cuccia sul loro tappeto… magari fosse così anche con il Bigio! Poi avete soggetti così bisognosi di fare da faro nel tetro mare di una donna che ti aspirano l’aria prima che tu la possa respirare, la depurano e te la ridanno… uomini filtro… come i deumidificatori… altri che a 30 anni decidono di appendere il sorriso al chiodo e di fare i seri e allora scelgono la prima che incontrano e ne fanno una “… della loro vita” e quando la poveretta sei tu, se sei abbastanza abituata alla disperazione dello zitellaggio da poterci tornare senza problemi, ti rendi conto che stai con il tuo trisavolo, che non è “già vecchio a trentanni” ma lo era anche a 15… e ancora quelli che ti vogliono salvare dalla perdizione e tu ti guardi intorno e capisci di sapere benissimo dove ti trovi… mentre loro si perderebbero in centro a Nosadello!
“Io vorrei che in giro ci fossero meno bulli del cazzo e più gay”
Caparezza

E sapete qual è la vera rovina? Che prima o poi queste donne ansiose e questi maschietti sanguisuga s’incontrano e si accoppiano! E nascono coppie così barbose che ti viene voglia di correre lontano, di finirti il fiato per scappare e invece ti paralizzi dove sei e li subisci… e ti condizionano… e credi che qualunque accoppiamento debba essere così!!!
Ma non è vero!
Storia seria non è uguale a storia barbosa!
Si può stare insieme seriamente senza arenarsi in pacchetti precostituiti come per i villaggi vacanze! E SERIO non vuol dire “lezione universitaria di teoria letteraria”… SERIO vuol dire duraturo… serio non vuol dire sacrificio ma impegno… serio non vuol dire noia e appiattimento ma stimoli e nuove esperienze… serio non vuol dire “appendere al chiodo” la personalità ma vuol dire vita… e io credo, e questo va per le mie amichiche un po’ incasinate e scoraggiate dalla nostra pochezza sentimentale, davvero lo credo, che se spolveriamo un po’, se spostiamo un po’ la terra che ci soffoca, scopriamo delle coppie meravigliose che sanno essere giovani e amanti sempre, oltre il tempo e anche oltre lo spazio fisico e metafisico!


“Ma le più lunghe passeggiate
le più bianche nevicate
le parole che ti scrivo
non so dove le ho comprate,
di sicuro le ho cercate,
senza nessuna fretta,
perché l’argento ormai si vede
ma l’oro si aspetta…”
N. Fabi

Ma quanto detto finora non ha importanza, perché queste sono solo parole, io sono solo stanca e solo arrabbiata, sono solo una zitellina acida e solo una ragazzetta… e alla fine vincono sempre i “solo”…
E allora … Voi fate la doccina che lei intanto spadella!