L’amore non ti
lascia, non tutto a un tratto.
Ritorna
insinuandosi dentro di te,
facendoti
pensare che ci può essere un altro modo,
che ci può
ancora essere un altro modo,
e tu devi
costringerti a ricordare tutte le ragioni
per cui probabilmente
un altro modo non c’è.
Festa Di
Divorzio, L. Dave
Vomitare. L’unica
cosa a cui Erika pensa da giorni è vomitare. Cammina, fa la spesa, studia,
parla, ride, gioca, mangia, esce, beve, corre. Vomitare. È un pensiero
ossessivo che la insegue, la affianca, la divora. Vomitare. Vomitare tutto.
Tutto il vuoto. Ma come si vomita un vuoto? Come si vomita una mancanza?
Un’assenza? Come si vomitano le domande, le insicurezze, i dubbi, le lesioni,
le ferite?
Barba rossa. L’unica immagine a cui
Erika pensa da giorni è una barba rossiccia. Cammina, fa la spesa, studia,
parla, ride, gioca, mangia, esce, beve, corre. Solo barba. Solo una lanugine
scarlatta che non le da tregua. Si sveglia ansimando con la gola graffiata da
oniriche masse di peluria vermiglia. È una visione di cui non riesce a
liberarsi. Non vuole. Non riesce. Non può. Non riesce. Che differenza fa?
Vomitare e barba
rossa sono le sole concessioni di Erika. Le uniche due. Tutto il resto. Tutte
le necessità, i desideri, le passioni, le volontà. Tutto il resto è stato
accantonato.
Tasto destro.
Elimina.
Sei sicuro di voler
spostare TUTTO IL RESTO nel cestino?
Si.
Si, si, si.
Erika è sicura. Ma il
sistema ha una falla. Ogni tanto, quando meno se lo aspetta, ripristina ogni
dettaglio. E allora tutto il resto travolge Erika. La spezza. Letteralmente.
Come ora. Sotto la
doccia. Il getto le innaffia la pelle con una certa violenza. L’acqua le cola
dai lunghi fili biondi delle ciocche di capelli. Le labbra strette tra un
incisivo e un canino tagliente. Da una minuscola escoriazione tra i denti esce
un invisibile rigagnolo cremisi. Le mani appoggiate alle piastrelle. La destra,
più in alto, stringe una spugna schiumosa. I muscoli del braccio contratti. La
sinistra affonda le dita nella piastrella celeste. Il coccio ha già spezzato un
paio di unghie. Lentamente, Erika respira. Sono respiri oscuri, lenti, simili
ad una fumata di denso antracite. Erika svuota i polmoni con metodo. Ricerca la
calma perduta. Le lacrime non scorrono, colano. Come lava. Erika apre
leggermente la bocca. Avverte una scossa di dolore provenire dal labbro reciso.
Allunga un poco la lingua verso l’esterno. Il primo sapore è quello del sangue.
Poi quello dolciastro dell’acqua della doccia. Finalmente le arriva un gusto
salato e amaro che riconosce. Che le appartiene. Infine il disgustoso sapore
fruttato dello shampoo da poco prezzo.
Erika piange solo
sotto la doccia. Ritiene che dovrebbe essere l’unico vero luogo dove il pianto possa
considerarsi consentito. L’acqua che ritrova l’acqua. L’acqua che abbandona il
corpo per ritrovare, in un ciclo infinito di acque, altri corpi. Se è vero che
la materia non si crea e non si distrugge, allora le sue lacrime troveranno un
modo per ritornare ad essere lacrime di qualcun altro. In un sequela infinita
di mescolanze. Come “polvere eri e polvere ritornerai”. Ma meno mistico. Erika vorrebbe
che le sue lacrime si trasformino velocemente fino ad impregnare, presto,
prestissimo, la barba rossa che la perseguita.
No.
I pensieri arrivano
tutti insieme. Un fiume. Un uragano, un terremoto. La mano sinistra corre al
petto di Erika. Le unghie spezzate graffiano la pelle. Il tentativo, vano, è quello
di richiudere il cestino. Di impedire il ripristino di tutto il resto. Ma Erika ha già perso. Ansima, trema. L’acqua
è bollente ma lei sente solo freddo. Un freddo che viene da dentro. Un freddo
da cui non puoi scappare.
Un freddo dalla barba
rossa e occhi verdi con leggere striature grigie. Un freddo che ha l’odore del Jack Daniel. Un freddo che conosce
e disconosce. Erika si accascia a terra. Il getto dell’acqua che le colpisce la
nuca. La testa tra le ginocchia. La lacrime ovunque.
Non è giusto, pensa Erika. Non è
assolutamente giusto. Tutto il resto
la inonda. L’affoga. E poi quel pensiero: vomitare. Solo vomitare. Fuori. Ogni
cosa. I singhiozzi la sbaragliano improvvisi. Non c’è più contegno nel suo
corpo. Piange, sussulta, trema. Due settimane. Sono passate solo due maledette
settimane. Sono stata brava, pensa. È la prima volta che si lascia davvero
andare. Fino ad ora si limitava a chiudersi in mansarda. Si accoccolava sul
divano in velluto beige, apriva un birra gelata e scriveva terribili ballate
all’americana in cui con un inglese stropicciato narrava di occhi verdi sweet
as honey che improvvisamente divenivano hard as stone, trasformando i blues
skies di una giovane girl in terribili blacks holes.
Un tragedia.
Ma Erika pensa davvero di essere
stata brava. Nessuna scenata, nessuna crisi. Fino alla fottuta doccia. Tutto
era scoppiato. Tutto il vomitare. Tutto. Tutto il resto. Anche quella domanda.
Quella che nessuno dovrebbe mai porsi.
Perché.
Lui.
Non.
Mi.
Vuole.
Le mani le corrono alle tempie.
Erika stringe la testa. Singhiozza. Urla. Poi sussurra. Parole stentante.
Abbozzate. Esci dalla mia testa. Esci. Ti prego. Lasciami stare. La barba
rossiccia che le intasa il cervello. Erika biascica. Non una litania, non una
preghiera, non un desiderio. Una supplica. Esci dalla mia testa.
Erika non ci crede. Non può
credere. Le persone non sono cattive. Le persone non possono essere cattive.
Lui non doveva essere cattivo. Non poteva. Ne era sicura. Forse Erika ha avuto
qualche dubbio. Forse qualche vago senso di allarme è arrivato. Forse. La gente
non è cattiva. Non può essere cattiva. Eppure. Le domande le salgono alla gola.
Alla testa. Nelle mani. Nelle gambe.
Erika si sente sguarnita. Senza
armi. Senza niente per difendersi. Senza niente per guarire. Solo il tempo. Il
maledetto, fottuto, gravoso, tempo. Lo sa. Il tempo è il suo dono. Lasciare che
scorra. Lasciare che le giornate le si infilino addosso come orrendi fuseaux.
Anche con loro il tempo è stato clemente. Ora sono tornati. Più orrendi e
scomodi che mai. Ma è bastato un leggings per riscattarli. Lasciare
che il tempo metta anche a lei una nuova etichetta. Una nuova faccia. Lasciare
che questi nuovi blacks holes divengano solo vaghe sfumature biancastre sulla
pelle.
Appoggia la testa alle piastrelle.
L’acqua le scorre sul viso. Sul seno. La pancia, l’inguine, le cosce. Erika si
sente persa. E sola. Terribilmente sola. E tradita. Terribilmente tradita. E
arrabbiata. Terribilmente arrabbiata.
Il corpo ha smesso di
sussultare. Le scosse elettriche non attraversano più la sua schiena nuda. Ogni
tanto singhiozza ma è solo una conseguenza del respiro che piano torna normale.
Apre gli occhi. L’acqua le inonda le iridi. Li chiude di colpo. Una nuova
ondata di frustrazione le copre le guance. Si sente spossata. Erika è spossata.
Si morde il labbro. Stesso incisivo. Stesso canino tagliente. Stessa ferita.
Com’era quella stupida canzoncina? Quella che cantava la mamma quando una Erika
più piccola si lasciava prendere da un eccesso di lacrimazione. “Piangono tutte
le mamme, le figlie, le spose, i bambini noiosi, piangi anche tu”. Erika si
incazzava. Si sentiva presa per il culo. La faceva sentire stupida. Eppure “Piangono
tutte le mamme, le figlie, le spose, i bambini noiosi, piangi anche tu”. Le
scappa un ghigno. Poi un mezzo sorriso. Un risatina a denti stretti. Già. Piango
anche io. Piangevo. Ma ora non piango più. Erika lo sa.
Non piange più.
Non piange più.
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