domenica 30 settembre 2012

Sapore.


L’amore non ti lascia, non tutto a un tratto.
Ritorna insinuandosi dentro di te,
facendoti pensare che ci può essere un altro modo,
che ci può ancora essere un altro modo,
e tu devi costringerti a ricordare tutte le ragioni
per cui probabilmente un altro modo non c’è.

Festa Di Divorzio, L. Dave

Vomitare. L’unica cosa a cui Erika pensa da giorni è vomitare. Cammina, fa la spesa, studia, parla, ride, gioca, mangia, esce, beve, corre. Vomitare. È un pensiero ossessivo che la insegue, la affianca, la divora. Vomitare. Vomitare tutto. Tutto il vuoto. Ma come si vomita un vuoto? Come si vomita una mancanza? Un’assenza? Come si vomitano le domande, le insicurezze, i dubbi, le lesioni, le ferite?


Barba rossa. L’unica immagine a cui Erika pensa da giorni è una barba rossiccia. Cammina, fa la spesa, studia, parla, ride, gioca, mangia, esce, beve, corre. Solo barba. Solo una lanugine scarlatta che non le da tregua. Si sveglia ansimando con la gola graffiata da oniriche masse di peluria vermiglia. È una visione di cui non riesce a liberarsi. Non vuole. Non riesce. Non può. Non riesce. Che differenza fa?


Vomitare e barba rossa sono le sole concessioni di Erika. Le uniche due. Tutto il resto. Tutte le necessità, i desideri, le passioni, le volontà. Tutto il resto è stato accantonato.
Tasto destro.
Elimina.
Sei sicuro di voler spostare TUTTO IL RESTO nel cestino?
Si.
Si, si, si.
Erika è sicura. Ma il sistema ha una falla. Ogni tanto, quando meno se lo aspetta, ripristina ogni dettaglio. E allora tutto il resto travolge Erika. La spezza. Letteralmente.
Come ora. Sotto la doccia. Il getto le innaffia la pelle con una certa violenza. L’acqua le cola dai lunghi fili biondi delle ciocche di capelli. Le labbra strette tra un incisivo e un canino tagliente. Da una minuscola escoriazione tra i denti esce un invisibile rigagnolo cremisi. Le mani appoggiate alle piastrelle. La destra, più in alto, stringe una spugna schiumosa. I muscoli del braccio contratti. La sinistra affonda le dita nella piastrella celeste. Il coccio ha già spezzato un paio di unghie. Lentamente, Erika respira. Sono respiri oscuri, lenti, simili ad una fumata di denso antracite. Erika svuota i polmoni con metodo. Ricerca la calma perduta. Le lacrime non scorrono, colano. Come lava. Erika apre leggermente la bocca. Avverte una scossa di dolore provenire dal labbro reciso. Allunga un poco la lingua verso l’esterno. Il primo sapore è quello del sangue. Poi quello dolciastro dell’acqua della doccia. Finalmente le arriva un gusto salato e amaro che riconosce. Che le appartiene. Infine il disgustoso sapore fruttato dello shampoo da poco prezzo.
Erika piange solo sotto la doccia. Ritiene che dovrebbe essere l’unico vero luogo dove il pianto possa considerarsi consentito. L’acqua che ritrova l’acqua. L’acqua che abbandona il corpo per ritrovare, in un ciclo infinito di acque, altri corpi. Se è vero che la materia non si crea e non si distrugge, allora le sue lacrime troveranno un modo per ritornare ad essere lacrime di qualcun altro. In un sequela infinita di mescolanze. Come “polvere eri e polvere ritornerai”. Ma meno mistico. Erika vorrebbe che le sue lacrime si trasformino velocemente fino ad impregnare, presto, prestissimo, la barba rossa che la perseguita.
No.
I pensieri arrivano tutti insieme. Un fiume. Un uragano, un terremoto. La mano sinistra corre al petto di Erika. Le unghie spezzate graffiano la pelle. Il tentativo, vano, è quello di richiudere il cestino. Di impedire il ripristino di tutto il resto. Ma Erika ha già perso. Ansima, trema. L’acqua è bollente ma lei sente solo freddo. Un freddo che viene da dentro. Un freddo da cui non puoi scappare.
Un freddo dalla barba rossa e occhi verdi con leggere striature grigie. Un freddo che ha l’odore del Jack Daniel. Un freddo che conosce e disconosce. Erika si accascia a terra. Il getto dell’acqua che le colpisce la nuca. La testa tra le ginocchia. La lacrime ovunque.

Non è giusto, pensa Erika. Non è assolutamente giusto. Tutto il resto la inonda. L’affoga. E poi quel pensiero: vomitare. Solo vomitare. Fuori. Ogni cosa. I singhiozzi la sbaragliano improvvisi. Non c’è più contegno nel suo corpo. Piange, sussulta, trema. Due settimane. Sono passate solo due maledette settimane. Sono stata brava, pensa. È la prima volta che si lascia davvero andare. Fino ad ora si limitava a chiudersi in mansarda. Si accoccolava sul divano in velluto beige, apriva un birra gelata e scriveva terribili ballate all’americana in cui con un inglese stropicciato narrava di occhi verdi sweet as honey che improvvisamente divenivano hard as stone, trasformando i blues skies di una giovane girl in terribili blacks holes.
Un tragedia.
Ma Erika pensa davvero di essere stata brava. Nessuna scenata, nessuna crisi. Fino alla fottuta doccia. Tutto era scoppiato. Tutto il vomitare. Tutto. Tutto il resto. Anche quella domanda. Quella che nessuno dovrebbe mai porsi.
Perché.
Lui.
Non.
Mi.
Vuole.
Le mani le corrono alle tempie. Erika stringe la testa. Singhiozza. Urla. Poi sussurra. Parole stentante. Abbozzate. Esci dalla mia testa. Esci. Ti prego. Lasciami stare. La barba rossiccia che le intasa il cervello. Erika biascica. Non una litania, non una preghiera, non un desiderio. Una supplica. Esci dalla mia testa.

Erika non ci crede. Non può credere. Le persone non sono cattive. Le persone non possono essere cattive. Lui non doveva essere cattivo. Non poteva. Ne era sicura. Forse Erika ha avuto qualche dubbio. Forse qualche vago senso di allarme è arrivato. Forse. La gente non è cattiva. Non può essere cattiva. Eppure. Le domande le salgono alla gola. Alla testa. Nelle mani. Nelle gambe.
Erika si sente sguarnita. Senza armi. Senza niente per difendersi. Senza niente per guarire. Solo il tempo. Il maledetto, fottuto, gravoso, tempo. Lo sa. Il tempo è il suo dono. Lasciare che scorra. Lasciare che le giornate le si infilino addosso come orrendi fuseaux. Anche con loro il tempo è stato clemente. Ora sono tornati. Più orrendi e scomodi che mai. Ma è bastato un leggings per riscattarli. Lasciare che il tempo metta anche a lei una nuova etichetta. Una nuova faccia. Lasciare che questi nuovi blacks holes divengano solo vaghe sfumature biancastre sulla pelle.

Appoggia la testa alle piastrelle. L’acqua le scorre sul viso. Sul seno. La pancia, l’inguine, le cosce. Erika si sente persa. E sola. Terribilmente sola. E tradita. Terribilmente tradita. E arrabbiata. Terribilmente arrabbiata.

Il corpo ha smesso di sussultare. Le scosse elettriche non attraversano più la sua schiena nuda. Ogni tanto singhiozza ma è solo una conseguenza del respiro che piano torna normale. Apre gli occhi. L’acqua le inonda le iridi. Li chiude di colpo. Una nuova ondata di frustrazione le copre le guance. Si sente spossata. Erika è spossata. Si morde il labbro. Stesso incisivo. Stesso canino tagliente. Stessa ferita. Com’era quella stupida canzoncina? Quella che cantava la mamma quando una Erika più piccola si lasciava prendere da un eccesso di lacrimazione. “Piangono tutte le mamme, le figlie, le spose, i bambini noiosi, piangi anche tu”. Erika si incazzava. Si sentiva presa per il culo. La faceva sentire stupida. Eppure “Piangono tutte le mamme, le figlie, le spose, i bambini noiosi, piangi anche tu”. Le scappa un ghigno. Poi un mezzo sorriso. Un risatina a denti stretti. Già. Piango anche io. Piangevo. Ma ora non piango più. Erika lo sa.
Non piange più.

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