Nell’altra
stanza il Moro dorme. Beato lui. Chissà da quanto si è addormentato. È tornato
prima di noi ma probabilmente il nostro asma da coito lo deve aver
svegliato. Anche se fosse ormai dovrebbe
essersi riaddormentato da un paio d’ore. E dovrei dormire anche io. Ho lavorato
come un pazzo tra ordinazioni e tavolini appuntiti che mi lasciano lividi sulle
gambe. Se n’è accorta anche lei appena si è inginocchiata davanti a me. “E
questo?” mi ha chiesto schiacciandoci sopra con l’indice. Sono stanco. Molto
stanco. Il lavoro, il sesso. Del buon sesso, per altro. Meriterei di
addormentarmi e catapultarmi in una dimensione onirica fatta di ninfette mezze
nude che acconsentono ad ogni mia volontà. E invece sono qui occhi sbarrati a
fissare questo feto gigantesco al mio fianco che assomiglia a tutto fuorché ad
una ninfetta. Non che non sia bella. Ma non è il mio tipo. Ha l’espressione di
chi ti sta sempre prendendo in giro. Non dice mai niente di troppo serio. Non
mette il lucidalabbra che mi fa sempre pensare a qualche pratica oscena e
detesta il reggiseno a balconcino. Un mostro. Eppure ogni sguardo è eccitante
come quei giornaletti porno che guardavo a 13 anni in cantina di nascosto dai
miei. Per questa notte avevo in mente un
programma tutto diverso. Saremmo venuti a casa del Moro e avremmo passato la
notte tra orgasmi e fiumi di parole. Avrei assunto la mia posizione da poeta
maledetto e avrei recitato la mia parte. Sguardo al soffitto e vagheggiamenti
vari. Mentre servivo birra e preparavo cioccolate fumanti avevo già deciso che
l’avrei intrattenuta con discorsi sul senso del dolore e della morte. Era una
carta a cui nessuna donna poteva resistere. I miei occhi grigi si incupivano,
contraevo le labbra e tra una riflessione e l’altra piazzavo sempre qualche
lungo silenzio contrito. Ero pronto ad affascinarla con il mio stile da
artista. Ma l’avevo sottovalutata. Ancora. Dopo l’esaltante performance me ne
aveva strappate altre due dal corpo esanime e alla fine si era messa la mia
maglietta a righe orizzontali viola e nera, si era voltata e aveva sprofondato
la testa nel cuscino. Avevo appena iniziato la scenetta dell’artista quando ho
sentito il suo respiro diventare pesante. Due secondi dopo ha appallottolato le
gambe e in una posizione fetale aveva raggiunto la sua fase R.E.M. Ora mi
ritrovo qui ad osservarla dormire come in uno di quei pessimi telefilm
americani melensi e adolescenziali. Che idiota. Avrei dovuto saperlo che con
lei non poteva funzionare. Non aveva mai funzionato. Eppure le donne appena
annusavano l’artista distaccato e inaffidabile si precipitavamo ai miei piedi.
Rimanevano ore a guardarmi parlare. Mi stavano a fianco come bei soprammobili
durante le serate con gli amici per poi acconsentire a tutte le mie volontà di
applicazione orale. Lei no. Non era affascinata da nulla. Non credo nemmeno di
essergli mai piaciuto davvero. La prima volta che mi ha baciato forse è stato a
causa di un paio di tequila di troppo. La seconda volta forse per un insano
istinto ormonale. La terza nemmeno se la ricorda e la quarta chissà. Fatto sta
che sono le 7.30 del mattino e io che non dormo da 36 ore invece di cadere in
una meritata catalessi mi ritrovo a fare il Pacey Witter della situazione che
contempla la sua Joey Potter. La verità è che vorrei strattonarla e
costringerla ad aprire i suoi occhi impertinenti e inondarla di domande.
Perché? Ma tu? Ma quando? E dove? Davvero? Quale? Con chi? E ora? Sono curioso.
Vorrei capire e sapere e conoscere. Vorrei metterla in difficoltà, vederla
tentennare, crearle un imbarazzo. Vorrei … lei si muove. Allunga le gambe e si
gira completamente. Tiene gli occhi chiusi e scivolando come un verme si
raggomitola sotto la mia ascella. Le mie braccia la avvolgono in un abbraccio
così naturale che quasi ne provo vergogna. “Buon giorno” le sussurro. Lei mugola
un ciao. “Ti va di fare un gioco?”. Lei alza la testa e con gli occhi serrati
mi regala uno dei suoi sorrisi maliziosetti che mi fanno sempre scorrere una
scossa lungo la schiena. Mi sto eccitando. “No. Che hai capito? Un gioco vero.
Io ti faccio delle domande e tu rispondi la prima cosa che ti viene in mente”.
Ora la sua espressione ad occhi sigillati si fa perplessa. “Sono sveglia da
mezzo secondo e mi proponi un gioco così complicato … era decisamente meglio la
mia idea”. Poi si struscia verso il basso. Perdo la sua testa sotto le
lenzuola. Quando la ritrovo è appoggiata sulla mia pancia nuda ad una
quindicina di centimetri dalla zona erogena di cui vado più fiero. Allungo una
mano e affondo le dita nei suoi capelli. Lei limona con il mio ombelico. Ora ho
un’erezione. Un invidiabile erezione. Sono tentato di spingerla giù ma contro
ogni previsione la tiro verso la mia bocca. “Dai! Prima te le faccio io e poi
tu le farai a me”. “E come facciamo a sapere chi ha vinto?”. Come al solito con
lei è tutta una sfida. “Istinto” rispondo con aria saccente. Lei si sdraia a
pancia in su e fissa le lenzuola con gli occhi ancora ben chiusi. “Vai parti”
mi incita. “Dimmi una cosa che rimpiangi di non aver mai fatto”. Lei spalanca
gli occhi. Sospira. Abbassa lo sguardo. Le sorprendo un velo di malinconia.
“Non ho mai scritto una lettera d’amore”.
Resto
in silenzio. A lungo. Poi allungo un braccio sotto il suo collo e mi sposto
portandomi sopra di lei. La bacio. Piano. Poi le accarezzo la schiena che piano
s’inarca. Si sta eccitando. Lo capisco dalla tensione dei suoi muscoli. Sfilo
le mani dal suo corpo. Attraversando la mia maglietta le accarezzo i seni. Lei
mi prende i polsi e sfila la lingua dalla mia bocca. “E la seconda domanda?”.
“Non importa” le mordo un labbro “Hai già vinto”.
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