domenica 30 settembre 2012

Pacey Witter


Nell’altra stanza il Moro dorme. Beato lui. Chissà da quanto si è addormentato. È tornato prima di noi ma probabilmente il nostro asma da coito lo deve aver svegliato.  Anche se fosse ormai dovrebbe essersi riaddormentato da un paio d’ore. E dovrei dormire anche io. Ho lavorato come un pazzo tra ordinazioni e tavolini appuntiti che mi lasciano lividi sulle gambe. Se n’è accorta anche lei appena si è inginocchiata davanti a me. “E questo?” mi ha chiesto schiacciandoci sopra con l’indice. Sono stanco. Molto stanco. Il lavoro, il sesso. Del buon sesso, per altro. Meriterei di addormentarmi e catapultarmi in una dimensione onirica fatta di ninfette mezze nude che acconsentono ad ogni mia volontà. E invece sono qui occhi sbarrati a fissare questo feto gigantesco al mio fianco che assomiglia a tutto fuorché ad una ninfetta. Non che non sia bella. Ma non è il mio tipo. Ha l’espressione di chi ti sta sempre prendendo in giro. Non dice mai niente di troppo serio. Non mette il lucidalabbra che mi fa sempre pensare a qualche pratica oscena e detesta il reggiseno a balconcino. Un mostro. Eppure ogni sguardo è eccitante come quei giornaletti porno che guardavo a 13 anni in cantina di nascosto dai miei. Per questa notte avevo in  mente un programma tutto diverso. Saremmo venuti a casa del Moro e avremmo passato la notte tra orgasmi e fiumi di parole. Avrei assunto la mia posizione da poeta maledetto e avrei recitato la mia parte. Sguardo al soffitto e vagheggiamenti vari. Mentre servivo birra e preparavo cioccolate fumanti avevo già deciso che l’avrei intrattenuta con discorsi sul senso del dolore e della morte. Era una carta a cui nessuna donna poteva resistere. I miei occhi grigi si incupivano, contraevo le labbra e tra una riflessione e l’altra piazzavo sempre qualche lungo silenzio contrito. Ero pronto ad affascinarla con il mio stile da artista. Ma l’avevo sottovalutata. Ancora. Dopo l’esaltante performance me ne aveva strappate altre due dal corpo esanime e alla fine si era messa la mia maglietta a righe orizzontali viola e nera, si era voltata e aveva sprofondato la testa nel cuscino. Avevo appena iniziato la scenetta dell’artista quando ho sentito il suo respiro diventare pesante. Due secondi dopo ha appallottolato le gambe e in una posizione fetale aveva raggiunto la sua fase R.E.M. Ora mi ritrovo qui ad osservarla dormire come in uno di quei pessimi telefilm americani melensi e adolescenziali. Che idiota. Avrei dovuto saperlo che con lei non poteva funzionare. Non aveva mai funzionato. Eppure le donne appena annusavano l’artista distaccato e inaffidabile si precipitavamo ai miei piedi. Rimanevano ore a guardarmi parlare. Mi stavano a fianco come bei soprammobili durante le serate con gli amici per poi acconsentire a tutte le mie volontà di applicazione orale. Lei no. Non era affascinata da nulla. Non credo nemmeno di essergli mai piaciuto davvero. La prima volta che mi ha baciato forse è stato a causa di un paio di tequila di troppo. La seconda volta forse per un insano istinto ormonale. La terza nemmeno se la ricorda e la quarta chissà. Fatto sta che sono le 7.30 del mattino e io che non dormo da 36 ore invece di cadere in una meritata catalessi mi ritrovo a fare il Pacey Witter della situazione che contempla la sua Joey Potter. La verità è che vorrei strattonarla e costringerla ad aprire i suoi occhi impertinenti e inondarla di domande. Perché? Ma tu? Ma quando? E dove? Davvero? Quale? Con chi? E ora? Sono curioso. Vorrei capire e sapere e conoscere. Vorrei metterla in difficoltà, vederla tentennare, crearle un imbarazzo. Vorrei … lei si muove. Allunga le gambe e si gira completamente. Tiene gli occhi chiusi e scivolando come un verme si raggomitola sotto la mia ascella. Le mie braccia la avvolgono in un abbraccio così naturale che quasi ne provo vergogna. “Buon giorno” le sussurro. Lei mugola un ciao. “Ti va di fare un gioco?”. Lei alza la testa e con gli occhi serrati mi regala uno dei suoi sorrisi maliziosetti che mi fanno sempre scorrere una scossa lungo la schiena. Mi sto eccitando. “No. Che hai capito? Un gioco vero. Io ti faccio delle domande e tu rispondi la prima cosa che ti viene in mente”. Ora la sua espressione ad occhi sigillati si fa perplessa. “Sono sveglia da mezzo secondo e mi proponi un gioco così complicato … era decisamente meglio la mia idea”. Poi si struscia verso il basso. Perdo la sua testa sotto le lenzuola. Quando la ritrovo è appoggiata sulla mia pancia nuda ad una quindicina di centimetri dalla zona erogena di cui vado più fiero. Allungo una mano e affondo le dita nei suoi capelli. Lei limona con il mio ombelico. Ora ho un’erezione. Un invidiabile erezione. Sono tentato di spingerla giù ma contro ogni previsione la tiro verso la mia bocca. “Dai! Prima te le faccio io e poi tu le farai a me”. “E come facciamo a sapere chi ha vinto?”. Come al solito con lei è tutta una sfida. “Istinto” rispondo con aria saccente. Lei si sdraia a pancia in su e fissa le lenzuola con gli occhi ancora ben chiusi. “Vai parti” mi incita. “Dimmi una cosa che rimpiangi di non aver mai fatto”. Lei spalanca gli occhi. Sospira. Abbassa lo sguardo. Le sorprendo un velo di malinconia. “Non ho mai scritto una lettera d’amore”.

Resto in silenzio. A lungo. Poi allungo un braccio sotto il suo collo e mi sposto portandomi sopra di lei. La bacio. Piano. Poi le accarezzo la schiena che piano s’inarca. Si sta eccitando. Lo capisco dalla tensione dei suoi muscoli. Sfilo le mani dal suo corpo. Attraversando la mia maglietta le accarezzo i seni. Lei mi prende i polsi e sfila la lingua dalla mia bocca. “E la seconda domanda?”. “Non importa” le mordo un labbro “Hai già vinto”.

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