domenica 30 settembre 2012

Denti.


Non credo alla vita pacifica, non credo al perdono …


Perdono. Come se fosse facile. Mi perdoni? Si, ti perdono. Basta un attimo. Il tempo di due battute. Ma il lavoro che c’è dietro? Anche quello è facile? Guardare una persona e sapere. Parlare con lei e sentire. Toccarla e bruciare. No, non ti perdono. Metto solo da parte. Aspetto che se ne vada da solo. Questa è la risposta giusta. Perdonare non è facile. È un processo lungo e laborioso. Ci vuole tempo, pazienza e ci vuole voglia. E io non ne avevo nemmeno un po’.

Al supermercato ci vado sempre contro voglia. Non mi piace il rumore, non mi piacciono le code, non mi piacciono le cassiere, non mi piacciono le confezione truccate come donne della domenica sui sagrati delle chiese di paese. Scendo dalla macchina con il solito brontolio. Sbatto la portiera. Tanto per ricordare alla mia Panda Blu Cina chi è che comanda. La borsa rimane nella portiera. Scena da film. Io cammino e la tracolla mi blocca. Riapro la Panda. Sfilo la borsa. D’accordo maledetta carcassa di metallo, comandi tu. Accosto leggermente la portiera. Faccio qualche passo e mi accorgo che un tizio dall’altro lato del parcheggio mi fissa divertito. Tiro su il bavero della mia giacca da sfattona e me ne vado risentita. Oggi non ho voglia di ridere. Oggi devo entrare in questo supermercato e devo fare pure una spesa intelligente. A casa non ho niente e stasera ho mezzo popolo a cena. Con la scusa della mia nuova minuscola magione indipendente vengono tutti a banchettare da me ogni weekend.
Con passo svelto mi scaravento verso la porta a vetri. Faccio il primo gradino. Oh! Sento una leggera vertigine. Barcollo un attimo. Respiro. Potrei essere incinta? Impossibile. È già avvenuta un’immacolata concezione e io ancora ancora potrei spacciarmi per Maria ma per vergine … impossibile. Faccio un altro paio di passi. Ancora vertigini. La sensazione si fa più forte. C’è qualcosa intorno a me che mi frusta i sensi. Come un campo magnetico. Mi attacco al corrimano. Prendo una grossa boccata di gas di scarico delle macchine in colonna di fronte all’ingresso. Manca un solo gradino e poi l’aria condizionata del supermercato mi ridarà il sano equilibrio dell’odore di fritto. Mi sforzo e raggiungo le porte scorrevoli. Si aprono, entro. La sensazione di instabilità si fa più forte. I miei labirinti urlano offesi per quello sforzo a cui li sottopongo. Chiudo gli occhi. Che cazzo mi succede? Li riapro con una fatica erculea per evitare lo svenimento. E la vedo.
Lei è di fronte a me. Muta e immutabile. Il viso è un Picasso che mi sfida. Il sopracciglio destro contratto in un rancoroso archetto appuntito. Il naso aquilino mi punta come la bacchetta di Voldemort pronta a lanciarmi l’anatema che uccide. Io non devo essere da meno. La vertigine è passata. Credo che fosse il mio corpo a percepire il suo. Forse è vero quello che si dice in giro. Forse davvero non possiamo stare a meno di un kilometro l’una dall’altra. Forse anche lei ha sentito quel mancamento. Forse non mi interessa.
Ci guardiamo diritte negli occhi come due vecchi gatti che si contendono il territorio. Io sono quello maculato, grassoccio e pulcioso. Lei quello smilzo, rossastro e spelacchiato. Dall’esterno la scena sembra una di quelle tante che da piccola vedevo in Piccoli problemi di cuore. Manga orrendo e stucchevole. Io e lei. Incontro casuale. Tutto intorno a noi scompare. Solo due faretti di chiara luce illuminano le antagoniste.
Quant’è che non la vedo? Oggi è il … non lo so. Beh più o meno sarà un annetto. È già passato un anno? Sembrava meno. In un anno certe cose dovrebbero passare. Certi rancori, intendo, dovrebbero lasciarti libera. E invece i nostri sono ancora tutti qui costipati nel poco spazio che ci divide come le feci in un intestino retto eccessivamente pigro. La rabbia, la delusione, il dolore e le ferite. Un anno fa abbiamo urlato. Abbiamo recriminato. Accusato. Condannato. Pianto. Da allora nessun passo indietro. Nessuna ha chiesto scusa. Ne io ne lei. Eccesso di orgoglio. Eccesso di arroganza e fierezza. Come se trincerandoci nella nostra comune stitichezza di perdono ci facesse sentire migliori dell’altra. Le parole che ci siamo scaraventate addosso come bicchieri in cristallo ci hanno colpito così forte da non aver più voluto medicare alcun graffio. Avevamo una strada comune. L’abbiamo avuta per quasi 10 anni e poi. Poi con una lentezza logorante l’abbiamo sgretolata. Altre volte a velocità supersoniche l’abbiamo masticata. Alla fine non è rimasto più niente. Nemmeno quattro macerie su cui ricostruire. Abbiamo distrutto tutto come imperturbabili macchine da guerra. Solo che le vittime e i carnefici erano i medesimi. Eravamo noi. Noi che ora siamo incollate in questa patetica scena da anime giapponese.
Concedetemi un cliché. Quando finisce un amore ti senti come se qualcuno ti abbia dato un pugno nello stomaco. Sai in egual misura che anche se fa male prima poi passerà. Ma quando ciò che finisce è un’amicizia allora è come se il pugno colpendoti la faccia ti buttasse giù un incisivo. Puoi comunque parlare, ridere, gridare, fingere che tutto sia normale. Ma si vedrà sempre il buco in mezzo al tuo sorriso. E anche quando un buon dentista te lo ricostruisce ti rimane tuttavia addosso la consapevolezza che si tratta di un falso.
Noto che il suo sterno si solleva piano. Lei ha ripreso a respirare. Io no. Ho ancora la vista annebbiata. Lei, con un visibile sforzo, raccoglie tutte le accuse nel minuscolo spazio delle sue lunghe pupille. Poi con quel fare borioso che la contraddistingue mi sibila un “Ciao!” stropicciato. E aspetta. Aspetta che io risponda. Ma le mie corde vocali sono immerse in un blocco di cemento armato. Lei in un’altera alzata di spalle mi sorpassa e se ne va.
Perdonare non è facile. Non è nemmeno obbligatorio. O necessario. Non siamo esseri perfetti. Io non ho nessun dovere. Nessuna responsabilità nei confronti di nessuno. Devo solo fare la spesa. Ho delle persone a cena. Quei maledetti autoinvitati. Non posso perdere tempo a pensare a lei ... Mi volto di scatto. Esco velocissima rischiando di finire spappolata tra le porte. Salto i gradini, schivo un paio di macchine, raccolgo una decina di coloriti insulti. Metto a fuoco lo sterminato parcheggio del supermercato e inizio a correre. Sarà dal 1985 che non corro così velocemente. Arrivo di fronte alla macchina grigia e appoggio entrambi i palmi al cofano brontolante. Lei scende con il naso trasformato in un colossale punto di domanda. Prendo le mie ultime risorse gassose senza domandarmi da dove vengano e farfuglio qualcosa. “Che?!?” dice lei. “CIAO!” rispondo. Mi volto e mi riavvio verso il supermercato. Fanculo, lo sanno tutti che i denti sono trentadue!

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