Gio guardava
fisso il cellulare appoggiato al davanzale della finestra del quinto piano
dell’istituto tecnico che frequentava ormai da sei anni. Era un Nokia 3330. Uno
di quei modelli indistruttibili che sopravvivono a qualunque vessazione. E lui
quel maledetto arnese lo aveva vessato parecchio. Ogni volta che s’innervosiva,
per esempio, gettava quell’aggeggio contro il primo muro disponibile. Ora aveva
un’idea geniale in testa. Appoggiò il dito sullo schermo del telefonino e pensò
a tutto quello che aveva dovuto sopportare. Il cellulare, non Gio. Gio, in
effetti, non si ricordava nemmeno tutto quello che aveva dovuto sopportare.
Lui, non il cellulare. Fu in quel momento che con un leggero movimento del dito
spostò il baricentro del cellulare posato sul davanzale. L’apparecchio cadde
lungo i cinque piani e andò ad aprirsi in due parti perfette sull’asfalto
appena rinnovato del parcheggio scolastico. Gio lo seguì. Fisicamente. La sua
testa non si aprì in due parti perfette ma lasciò una vistosa macchia di sangue
rosso scuro sull’asfalto appena rinnovato del parcheggio scolastico.
Anna aveva 17
anni e un sorriso da brivido. I capelli lunghi e biondi le cascavano sulle
spalle come fili tessuti dal migliore dei ragni. La pelle era intatta e liscia.
I denti ingialliti dalle sigarette che inceneriva in tempi record durante
l’intervallo che anche oggi passava in compagnia delle fedeli amichette pronte
ad assecondare ogni sua volontà. L’argomento del giorno era la scritta sul muro
bianco della palazzina di fronte all’entrata dell’istituto. “Anna, io e te 3
metri sopra il cielo”. Anna? Era per lei. L’aveva fatta Paolo. L’ultimo cuore
che aveva distrattamente infranto. Anna fumava e parlava. Sbatteva i capelli e
qualche volta alzava uno sguardo contrito verso il cielo. Si stupì quando un
cellulare precipitò da una finestra del quinto piano. Alzò un sopracciglio,
staccò la sigaretta dalle labbra e spalancò gli occhi ed emise un grido di
orrore quando anche un corpo scomposto
precipitò da finestra del quinto piano.
La
professoressa Antonella Minani posò il plico di temi sul tavolo. Afferrò la
penna rossa, emise un forte sospiro annoiato e si arrese all’evidenza di
doverli correggere. iniziò da quello di Paolo. Era un ottimo studente.
Ultimamente però sembrava un po’ distratto. Probabilmente aveva preso una cotta
per qualche ragazzina. La professoressa Antonella Minani aveva abbastanza
esperienza da saper riconoscere i sintomi di una cotta. Disattenzione. Mp3
fisso nelle orecchie. Enormi sospiri. Occhi velati di lacrime. “Saggio Breve:
il bullismo scolastico”. Lesse qualche riga e si rese subito conto che quello
più che un tema sembrava essere una disperata lettera d’amore per una certa
Anna. In quel momento un terribile grido entrò dalla finestra. La professoressa
corse alla finestra. Vide una chiazza di sangue. Dalla mano cadde la penna
rossa.
Il guinzaglio
strattonava il cane con fare molesto e frettoloso. La bestia annusava il palo
da almeno dieci minuti. Stufo delle veementi sollecitazioni aveva alzato una
gamba e lasciato qualche goccia di un suo paglierino passaggio. All’altra
estremità del filo stava una mano incartapecorita. Più su l’espressione
accigliata del signor Minani convinse il giovane bassotto a dirigersi verso la
scuola. Si fermarono di fronte all’entrata. Scrutando tra le finestre e tra i
ragazzi fuori per l’intervallo, il vecchio cercava il volto della figlia
Antonella. In tutto quel cercare lo sguardo gli si sgranò all’improvviso. Una
persona era appena scivolata dalla finestra del quinto piano. Dopo il tonfo
anche il cane emise un lungo latrato spaventato.
In auto
Chiara pensava solo che Luca fosse il più grande coglione che avesse
conosciuto. E lei lo aveva pure sposato. In auto Luca pensava che Chiara fosse
la donna più stronza con la quale avesse mai avuto a che fare. E lui l’aveva
pure sposata. Fermi al semaforo pensavano e si odiavano. Il muro alla loro
sinistra dichiarava “Anna, io e te 3 metri sopra il cielo”. Un cane abbaiò alla
loro destra. Voltandosi videro un crocchio di ragazzi dirigersi verso una zona
imprecisabile dell’atrio esterno dell’istituto. Luca riconobbe la scuola in cui
una settimana prima aveva lavorato per il rinnovo dell’asfalto del parcheggio
scolastico.
… … …
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