domenica 30 settembre 2012

Ping Pong. Bang!


Gio guardava fisso il cellulare appoggiato al davanzale della finestra del quinto piano dell’istituto tecnico che frequentava ormai da sei anni. Era un Nokia 3330. Uno di quei modelli indistruttibili che sopravvivono a qualunque vessazione. E lui quel maledetto arnese lo aveva vessato parecchio. Ogni volta che s’innervosiva, per esempio, gettava quell’aggeggio contro il primo muro disponibile. Ora aveva un’idea geniale in testa. Appoggiò il dito sullo schermo del telefonino e pensò a tutto quello che aveva dovuto sopportare. Il cellulare, non Gio. Gio, in effetti, non si ricordava nemmeno tutto quello che aveva dovuto sopportare. Lui, non il cellulare. Fu in quel momento che con un leggero movimento del dito spostò il baricentro del cellulare posato sul davanzale. L’apparecchio cadde lungo i cinque piani e andò ad aprirsi in due parti perfette sull’asfalto appena rinnovato del parcheggio scolastico. Gio lo seguì. Fisicamente. La sua testa non si aprì in due parti perfette ma lasciò una vistosa macchia di sangue rosso scuro sull’asfalto appena rinnovato del parcheggio scolastico.
Anna aveva 17 anni e un sorriso da brivido. I capelli lunghi e biondi le cascavano sulle spalle come fili tessuti dal migliore dei ragni. La pelle era intatta e liscia. I denti ingialliti dalle sigarette che inceneriva in tempi record durante l’intervallo che anche oggi passava in compagnia delle fedeli amichette pronte ad assecondare ogni sua volontà. L’argomento del giorno era la scritta sul muro bianco della palazzina di fronte all’entrata dell’istituto. “Anna, io e te 3 metri sopra il cielo”. Anna? Era per lei. L’aveva fatta Paolo. L’ultimo cuore che aveva distrattamente infranto. Anna fumava e parlava. Sbatteva i capelli e qualche volta alzava uno sguardo contrito verso il cielo. Si stupì quando un cellulare precipitò da una finestra del quinto piano. Alzò un sopracciglio, staccò la sigaretta dalle labbra e spalancò gli occhi ed emise un grido di orrore quando  anche un corpo scomposto precipitò da finestra del quinto piano.
La professoressa Antonella Minani posò il plico di temi sul tavolo. Afferrò la penna rossa, emise un forte sospiro annoiato e si arrese all’evidenza di doverli correggere. iniziò da quello di Paolo. Era un ottimo studente. Ultimamente però sembrava un po’ distratto. Probabilmente aveva preso una cotta per qualche ragazzina. La professoressa Antonella Minani aveva abbastanza esperienza da saper riconoscere i sintomi di una cotta. Disattenzione. Mp3 fisso nelle orecchie. Enormi sospiri. Occhi velati di lacrime. “Saggio Breve: il bullismo scolastico”. Lesse qualche riga e si rese subito conto che quello più che un tema sembrava essere una disperata lettera d’amore per una certa Anna. In quel momento un terribile grido entrò dalla finestra. La professoressa corse alla finestra. Vide una chiazza di sangue. Dalla mano cadde la penna rossa.
Il guinzaglio strattonava il cane con fare molesto e frettoloso. La bestia annusava il palo da almeno dieci minuti. Stufo delle veementi sollecitazioni aveva alzato una gamba e lasciato qualche goccia di un suo paglierino passaggio. All’altra estremità del filo stava una mano incartapecorita. Più su l’espressione accigliata del signor Minani convinse il giovane bassotto a dirigersi verso la scuola. Si fermarono di fronte all’entrata. Scrutando tra le finestre e tra i ragazzi fuori per l’intervallo, il vecchio cercava il volto della figlia Antonella. In tutto quel cercare lo sguardo gli si sgranò all’improvviso. Una persona era appena scivolata dalla finestra del quinto piano. Dopo il tonfo anche il cane emise un lungo latrato spaventato.
In auto Chiara pensava solo che Luca fosse il più grande coglione che avesse conosciuto. E lei lo aveva pure sposato. In auto Luca pensava che Chiara fosse la donna più stronza con la quale avesse mai avuto a che fare. E lui l’aveva pure sposata. Fermi al semaforo pensavano e si odiavano. Il muro alla loro sinistra dichiarava “Anna, io e te 3 metri sopra il cielo”. Un cane abbaiò alla loro destra. Voltandosi videro un crocchio di ragazzi dirigersi verso una zona imprecisabile dell’atrio esterno dell’istituto. Luca riconobbe la scuola in cui una settimana prima aveva lavorato per il rinnovo dell’asfalto del parcheggio scolastico.
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