domenica 30 settembre 2012

Chiavi. E ombre.

Sono in ritardo.
Come al solito.
Prendo la borsa. I telefoni. Le chiavi, il lettore mp3, i fazzoletti di carta, il succo. Vado verso la porta. Dietro front, spengo il riscaldamento. Ora vado di nuovo verso la porta. Esco. Chiudo a chiave. Mi volto e lo vedo. Le chiavi faticano ad uscire dalla toppa. Mi giro e do uno strattone. Velocemente per poterlo vedere ancora. Ma non c’è più. Impossibile, sono certa di averlo visto. Faccio i gradini a balzi. Apro il cancello, lo sbatto alle mie spalle. Mi fermo. Fisso il punto al di là del fosso. Era lì. Ne sono sicura. Corro attraverso il vialetto, passo la mia Punto, mi blocco in mezzo al piazzale. Fisso le sterpaglie, i rovi, la rete. Era lì. Ma non c’è più. Non c’è segno. Non c’è il passaggio. Mi viene in mente il lavoro. Guardo l’ora. Tardissimo. Mi volto, salto in macchina e metto in moto.
Retro. Specchietto retrovisore. Non vedo nient’altro che il punto che ho fissato prima. Ma non c’è. Vado. Raggiungo la fine del piazzale. Mi fermo allo stop. Ste, respira. Non c’è nessuno. Ok, si parte. Faccio la strada a manetta. Ste, respira. Taglio le curve, volo sulle rotonde, faccio tutte le scorciatoie. Attento alla vita di 2  o 3 ciclisti. Ste, respira. Arrivo. Scendo. Entro. “Buongiorno Ste!”. “Salve …”. Accendo il Pc. Mi logo, come dice il capo. Ste, respira. Inizia ad arrivare la gente. Raccomandate. Pacchi. Assicurate. Ste, respira. Problemi. Lamentele. Disguidi. Dispacci. Consegne. Arrivano le 14.30. ”Stefania, sei silenziosa oggi”. “Devo risparmiare il fiato”. Ridono. Ste, respira. 14.40 uscita. Ancora auto. Ancora a manetta. Ritorno al mio piazzale. Ste, respira.
Parcheggio. Il Bigio saltella nel cancello con il piattino in bocca, il pelo spettinato e il tronchetto della codina vispo in un divertentissimo sventolio. Scendo piano. Mi volto. Non c’è. Niente da fare. Eppure sono certa di averlo visto. Bellissimo. Con lo sguardo muto. Le zampe grosse e serie. Le orecchie gonfie. Il pelo caldo e liscio. Ora non respiro più.
Mi appoggio alla Punto. Le sento scendere. Fa un freddo cane. Le mie lacrime nascono bollenti e si ghiacciano a contatto con Febbraio. Scorrono sulla mia pelle come stalattiti. Le lascio andare. Sono grosse. Singole. Mi rigano il volto in maniera regolare. Piango fiera e composta. Io non faccio scene. Ne per le emozioni, ne per il dolore. Io piango in silenzio. Assaggio ogni lacrima con le papille della pelle. Sono le mie lacrime e mie devono restare. Prendo fiato ma il fiato non arriva. Mi volto e torno verso casa.
Chiavi, cancello, apro. Lascio che il Bigio si faccia la sua corsa. Faccio qualche passo e mi siedo a metà scala. Sento il freddo gelarmi il sedere. Chiudo gli occhi. Ancora lacrime. Ogni lacrima, un ricordo, un profumo, un sapore, una carezza.
Miri. Miri che salta la rete. Miri che si siede di fianco a me sulle scale di Spezia. Miri che strappa un orecchio ad un cane che mi aveva assalita. Miri che mi fissa nel sonno. Miri che mi sveglia. Miri che mi cura. Miri che mi consola. Miri che si lascia coccolare. Miri geloso. Miri orgoglioso. Miri offeso. Miri innamorato. Miri e Ste. Mille volte Miri e Ste.
Raccolgo le gambe. Le circondo con le braccia. Affondo la testa nel mio grembo. Troppe lacrime, troppi ricordi, troppo male ancora. Mi maledico cento volte. Sono passati 5 anni Ste, ora basta. Solo un cane. Solo un cane. Arriva il singhiozzo. Fine del pianto decoroso. Sono una fontana. Mi manca il fiato. Seduta sui gradini, sfiancata dal freddo. Quello dell’inverno e l’altro. Il mio. Quello che viene dallo stomaco. O dal fegato. O non lo so. Alzo la testa per asciugarmi un po’ gli occhi. Il mascara sciolto brucia terribilmente. È vecchio, sarà scaduto.  Mi strofino gli occhi. Ho 8 anni e sono rinchiusa in un corpo di 24.
Metto a fuoco. Sono senza occhiali. Di fonte a me il Bigio. La testa inclinata. Verso sinistra. Cane proletario. Collarino rosso. Proprio un comunista. Ha gli occhi di chi non vuole disturbare. Ha l’espressione preoccupata. Affondo la testa e le lacrime nelle sue orecchie. Mi lascio consolare dal suo pelo stropicciato. Mia mamma dice che non sta bene che pianga il Miri con il Bigio. “Povero Bigio!” dice. Lei non capisce. Questa cosa non riguarda il Bigio. Non riguarda lei. Riguarda me. Riguarda quel pezzo di me su cui cresce ora l’erba in giardino. Riguarda quelle due palline di cacca che il corpo del Miri ha perso quando è morto. Riguarda i vermi che lo hanno trasformato in nuova terra. Riguarda il pino che di quella terra si è nutrito.
Il Bigio non c’entra. Non ha avuto niente di meno. Ha avuto qualcosa di diverso. Una Ste diversa. “Non sei tu che dici che la capacità di amare degli uomini è infinita?” le rispondo. Lei tace.
Lo dice sempre. Noi umani possiamo amare in modo infinito. Chiunque. Se dai a uno non togli ad altri. Se lasci a uno non ne hai meno per un altro. Infinita.
Mi alzo. Chiudo il cancello. Il Bigio mi saltella intorno come un folletto. Gli sfioro le orecchie. Arrivo alla porta. Chiavi, maledette. Colpa vostra se è sparito. Vostra e dei vostri incastri. Apro. Entro. Chiudo. Le chiavi si bloccano ancora. Riapro. E lui è lì. Sotto il mio pino. Sotto il nostro pino. Rimango immobile sull’uscio. Occhi negli occhi. “Ciao Bimbo”. Mi giro. Rientro. Richiudo. E perdono le chiavi.

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