Camminare
a Milano. D’inverno. Con la sciarpa fino al naso e il cappotto cucito sulla
pelle. Con la lana del cappello che ti prude la fronte e l’impossibilità di
grattarsi per le dita avvolte nei guanti. Camminare nella nebbia. Camminare in
una città chiassosa e dannatamente veloce. Camminare e sentire l’odore del
TakeAway tunisino, della rosticceria pugliese, della verdure marcire a terra
dove il giorno prima c’è stato il mercato. Camminare e imbattersi nel uomo con
l’auricolare bluetooth, nella signora
con il rossetto rosa cicca, nello studente, nel barbone. Camminare e scambiare
i luoghi, entrare in un bar, ammirare il Duomo, attraversare Corso Buenos
Aires, perdere un autobus, salire in metro, cercare una libreria. Camminare e
perdersi in un labirinto di vie, di insegne, di riferimenti, di tram numerati,
perdersi e svoltare un angolo dove un banchetto di dolci siciliani a 2 euro ti
vende un cannolo che ha il sapore della tranquillità per ritrovarti. Camminare
e lasciare che la pelle delle guance sia punta dai mille spilli del gelo
invernale. Camminare e sapere che gli occhi arrossati, il freddo nelle falangi,
la confusione dei passaggi, le migliaia di volti, sono in qualche modo, poesia.
Essere in ritardo, perché la frenesia padana ti ha cresciuto e ora ti possiede come un amante esperto e virile. Saltare in macchina, fare quel tragitto che fai ogni giorno. Molti passano. Altri, pochi altri, nonostante la fretta che la terra ci ha insegnato, guardano. Guardano la primavera. E nella casa a fianco alla nostra appaiono piante piene di minuscoli petali bianchi. Le sciarpe e i cappotti spariscono. Il Bigio corre come una saetta nelle margherite e nelle viole. Il sole scalda le nostre mani. Il vento fa il solletico alle piante. Il cielo si riapre al turchese. E anche qui c’è la poesia. Anzi c’è già stata. Manzoni, I Promessi Sposi. “Quel cielo di Lombardia, così bello quando e' bello, così splendido, così in pace".
Sono nata dove la terra non ha il profumo dell’ebano ma del catrame, di gomma bruciata, di smog e di ossa tritate dallo stabilimento di smaltimento carogne che opera e lucra nei dintorni della zona. Sono nata nel centro nevralgico dell’economia italiana. Nella terra della ricchezza. O almeno così dicono gli economisti. Sono nata nel Nord Italia. In Lombardia. In un paese di quasi 8.000 anime a 20 km da Milano, 60 da Cremona, 40 da Bergamo e Brescia. Sono nata in aperta Pianura Padana. Già, Pianura Padana. Il solo evocarne il nome fa subito pensare ad un uomo in completo grigio o nero, cravatta in tinta, camicia bianca, cappello classico rigorosamente nero, ombrello ancora nero e in alluminio nella mano sinistra e ventiquattrore sorprendentemente nera in quella destra. Il tutto avvolto in una cortina di fumosa nebbia impenetrabile. Uno scenario da film noir anni trenta. Un luogo comune. In pianura padana non siamo tutti becchini o killer di professione. Nemmeno loro, i padani, sono davvero tutti così.
Loro. Perché in Pianura Padana ci sono i Padani e ci siamo NOI. Che siamo i figli della terra. Di tutta la terra. Il problema è che i Padani sono di più e sono anche “ben” rappresentati nelle istituzioni. Concedetemi le virgolette. Un movimento politico che asserisce di essere il rappresentante di tutta la Pianura Padana basando la propria ideologia su semplicistici stilemi e assorbendo simboli e miti appartenenti ad un passato di popoli diversi decontestualizzati e stravolti nel significato, non si può certo definire un bene. Non tanto per i "veri" Padani ma per noi che siamo, lo ripeto, figli della terra. Di tutta la terra, quindi anche di questa.
È vero. La puzza di smog, il grigiore delle polveri sottili, il rumore del traffico, il rigetto del pensiero e della cultura, le necessità del guadagno, il bisogno di essere sempre “in carriera” a volte ti snervano al punto da desiderare di correre a perdifiato come Forrest Gump. A volte in mezzo a uno dei tanti paesi chiusi e bigotti viene spontaneo fermare il passo di fronte ad una via sapientemente restaurata e dotata di allegra fontana su allegra rotonda. E diviene necessario chiudere gli occhi e richiamare a sé con tutta la nostra forza evocativa il profumo della pelle del mare o il chiassoso sibilo del vento. A volte l’inverno è troppo lungo e così freddo da rimanere nelle ossa e nei sorrisi delle persone per anni. E allora ti viene voglia di scappare in quella casa ligure dove ogni pietra sembra sanguinare il racconto di ogni tua radice.
A volte.
Altre volte basta stringersi nel piumino, accelerare il passo, svoltare un angolo e ci si ritrova di fronte ad un castello medioevale, ad una casa semi diroccata, a vecchie mura, a un vecchio cascinale con la scritta “La Bottega Artigiana”, dipinta a mano, un indefinito numero di anni prima. Non sono grandi monumenti, opere d’arte o luoghi storici. Sono solo il simbolo di un passato che fu. Di un passato nostro. Dei figli della terra.
La Pianura Padana, Milano, la Lombardia, la nostra terra, la mia terra è meravigliosa. Ve lo giuro. Per chi la sa guardare, ascoltare, assaggiare e coccolare. Anche se il mare è lontano e i profumi del vento latitanti da tempo, in Pianura Padana esistono i colori. Moltissimi colori. Esistono sapori e odori. Esiste la magia e la poesia di ogni terra. Esistono miliardi di sfumature.
La sfida non è crederci. La sfida è saperle trovare.
Sono nata in questa terra. Sono cresciuta in questa terra. Sono diventata una persona in questa terra. Eppure non sono Padana. Sono una figlia della terra.
Tra i moltissimi frutti di questa terra tutti uguali e con lo stesso sapore, ci siamo noi, figli della terra. Siamo frutti diversi. Con dimensioni diverse, con polpa diversa, succhi diversi, gusti diversi, sapori diversi. Siamo figli della terra perché sappiamo nutrirci in ogni luogo che visitiamo. Sappiamo mischiare ogni terreno con il nostro sangue. Siamo figli della terra perché sappiamo cercare la magia in ogni granello di polvere che ci sfiora. Siamo figli della terra, di tutta la terra, perché sappiamo riconoscere la poesia in ogni altro frutto della terra. Siamo figli della terra e lo saremo sempre, anche quando non vorremo esserlo più. Perché le nostre radici rimarranno nella terra anche dopo che i nostri frutti saranno diventati marci. E saranno nutrimento per nuovi figli della terra.
Essere in ritardo, perché la frenesia padana ti ha cresciuto e ora ti possiede come un amante esperto e virile. Saltare in macchina, fare quel tragitto che fai ogni giorno. Molti passano. Altri, pochi altri, nonostante la fretta che la terra ci ha insegnato, guardano. Guardano la primavera. E nella casa a fianco alla nostra appaiono piante piene di minuscoli petali bianchi. Le sciarpe e i cappotti spariscono. Il Bigio corre come una saetta nelle margherite e nelle viole. Il sole scalda le nostre mani. Il vento fa il solletico alle piante. Il cielo si riapre al turchese. E anche qui c’è la poesia. Anzi c’è già stata. Manzoni, I Promessi Sposi. “Quel cielo di Lombardia, così bello quando e' bello, così splendido, così in pace".
Sono nata dove la terra non ha il profumo dell’ebano ma del catrame, di gomma bruciata, di smog e di ossa tritate dallo stabilimento di smaltimento carogne che opera e lucra nei dintorni della zona. Sono nata nel centro nevralgico dell’economia italiana. Nella terra della ricchezza. O almeno così dicono gli economisti. Sono nata nel Nord Italia. In Lombardia. In un paese di quasi 8.000 anime a 20 km da Milano, 60 da Cremona, 40 da Bergamo e Brescia. Sono nata in aperta Pianura Padana. Già, Pianura Padana. Il solo evocarne il nome fa subito pensare ad un uomo in completo grigio o nero, cravatta in tinta, camicia bianca, cappello classico rigorosamente nero, ombrello ancora nero e in alluminio nella mano sinistra e ventiquattrore sorprendentemente nera in quella destra. Il tutto avvolto in una cortina di fumosa nebbia impenetrabile. Uno scenario da film noir anni trenta. Un luogo comune. In pianura padana non siamo tutti becchini o killer di professione. Nemmeno loro, i padani, sono davvero tutti così.
Loro. Perché in Pianura Padana ci sono i Padani e ci siamo NOI. Che siamo i figli della terra. Di tutta la terra. Il problema è che i Padani sono di più e sono anche “ben” rappresentati nelle istituzioni. Concedetemi le virgolette. Un movimento politico che asserisce di essere il rappresentante di tutta la Pianura Padana basando la propria ideologia su semplicistici stilemi e assorbendo simboli e miti appartenenti ad un passato di popoli diversi decontestualizzati e stravolti nel significato, non si può certo definire un bene. Non tanto per i "veri" Padani ma per noi che siamo, lo ripeto, figli della terra. Di tutta la terra, quindi anche di questa.
È vero. La puzza di smog, il grigiore delle polveri sottili, il rumore del traffico, il rigetto del pensiero e della cultura, le necessità del guadagno, il bisogno di essere sempre “in carriera” a volte ti snervano al punto da desiderare di correre a perdifiato come Forrest Gump. A volte in mezzo a uno dei tanti paesi chiusi e bigotti viene spontaneo fermare il passo di fronte ad una via sapientemente restaurata e dotata di allegra fontana su allegra rotonda. E diviene necessario chiudere gli occhi e richiamare a sé con tutta la nostra forza evocativa il profumo della pelle del mare o il chiassoso sibilo del vento. A volte l’inverno è troppo lungo e così freddo da rimanere nelle ossa e nei sorrisi delle persone per anni. E allora ti viene voglia di scappare in quella casa ligure dove ogni pietra sembra sanguinare il racconto di ogni tua radice.
A volte.
Altre volte basta stringersi nel piumino, accelerare il passo, svoltare un angolo e ci si ritrova di fronte ad un castello medioevale, ad una casa semi diroccata, a vecchie mura, a un vecchio cascinale con la scritta “La Bottega Artigiana”, dipinta a mano, un indefinito numero di anni prima. Non sono grandi monumenti, opere d’arte o luoghi storici. Sono solo il simbolo di un passato che fu. Di un passato nostro. Dei figli della terra.
La Pianura Padana, Milano, la Lombardia, la nostra terra, la mia terra è meravigliosa. Ve lo giuro. Per chi la sa guardare, ascoltare, assaggiare e coccolare. Anche se il mare è lontano e i profumi del vento latitanti da tempo, in Pianura Padana esistono i colori. Moltissimi colori. Esistono sapori e odori. Esiste la magia e la poesia di ogni terra. Esistono miliardi di sfumature.
La sfida non è crederci. La sfida è saperle trovare.
Sono nata in questa terra. Sono cresciuta in questa terra. Sono diventata una persona in questa terra. Eppure non sono Padana. Sono una figlia della terra.
Tra i moltissimi frutti di questa terra tutti uguali e con lo stesso sapore, ci siamo noi, figli della terra. Siamo frutti diversi. Con dimensioni diverse, con polpa diversa, succhi diversi, gusti diversi, sapori diversi. Siamo figli della terra perché sappiamo nutrirci in ogni luogo che visitiamo. Sappiamo mischiare ogni terreno con il nostro sangue. Siamo figli della terra perché sappiamo cercare la magia in ogni granello di polvere che ci sfiora. Siamo figli della terra, di tutta la terra, perché sappiamo riconoscere la poesia in ogni altro frutto della terra. Siamo figli della terra e lo saremo sempre, anche quando non vorremo esserlo più. Perché le nostre radici rimarranno nella terra anche dopo che i nostri frutti saranno diventati marci. E saranno nutrimento per nuovi figli della terra.
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